Francesco Sisci racconta il capitalismo cinese da una prospettiva di prima linea
DALLA TERRA AL CIELO: LO SVILUPPO VERTICALE DELLA CINA
“Un Paese che 30 anni fa poteva vantare solo il primato delle biciclette, oggi è costretto a limitare burocraticamente le immatricolazioni automobilistiche per paura del collasso”. Ha iniziato in questo modo Francesco Sisci, sinologo ed analista sulla Cina de "Il Sole 24 Ore", la sua breve analisi storico-politica di quel mistero affascinante che è il “continente” cinese, dove gli edifici delle città sono passati da uno a 100 piani.
“Che tu possa diventare ricco” recita un comune augurio cinese. Francesco Sisci, da 20 anni residente in Cina, non ha dubbi sul fatto che il valore positivo del guadagnare e dell’avere successo, assieme alla voglia di sopravvivere di un popolo che ha resistito a guerre civili, invasioni, dittature, epurazioni, ideologie e stermini che fanno impallidire persino le cifre delle guerre mondiali, sia uno dei cardini sui quali si basa lo sviluppo inarrestabile dell’economia cinese. Da tre decenni a questa parte, infatti, contrariamente all’opinione di innumerevoli Cassandre, la Cina registra una crescita media del 10 per cento annuo e fino ad oggi è sopravvissuta al crollo dell’Urss ed alla situazione incerta di Usa ed Ue. “Cittadine” di 10 milioni di abitanti, con nomi che la maggior parte di noi non ha mai sentito, sono cosa normale in Cina, e la relazione di Sisci è impressionante anche e soprattutto per le cifre che vengono messe sul tavolo.
Nuvole appaiono all’orizzonte, principalmente perché sono ormai necessarie riforme economiche e politiche che non possono più attendere, sebbene dal 1978 ad oggi di cambiamenti ce ne siano stati parecchi. Limitare il potere delle imprese statali in favore di quelle private e migliorare la democraticità dello Stato sono, in sintesi, le ricette che Sisci intravede per una stabilizzazione del Paese, il quale deve anche recuperare (o forse ricreare) una cultura di fondo così necessaria al partito che ancora oggi è al governo. Sembra infatti, secondo Sisci, che verranno recuperati sia il confucianesimo – vero e proprio “contenitore ideologico” non meglio precisato dal quale attingere – ed il maoismo con la sua enfasi sullo scontro sociale tra classi così caro al partito fino al 2002 con la politica della cosiddetta “società armoniosa”.
Uscito forse troppo presto dal cono d’ombra internazionale che gli ha concesso una certa tregua per modernizzarsi, il Paese sarà costretto ad elevare il valore dello yuan, fino ad oggi artificiosamente sottovalutato. Sarà da vedere quanto ciò si ripercuoterà sui processi di inflazione globali. Se pensiamo però che il Pil cinese supererà probabilmente nel 2013 quello americano, e che il valore di import-export cinese è una buona fetta degli scambi mondiali, non c’è di che stare troppo tranquilli. Altro segnale che può incutere qualche timore è l’aumento delle spese militari che, se solo dovessero seguire gli indicatori economici, farebbero e fanno rabbrividire Russia, USA ed Ue. Sicuramente, se gli altri sono preoccupati, la Cina, come dice Sisci, “ce la farà”, anzi, “è già dentro di noi”.
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