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sabato 25 giugno 2011

SOLUZIONI “AL VOLO” PER OGNI EMERGENZA

Ciro Visone è il Presidente di Ema Assistance, associazione no profit che si occupa di trasporti sanitari a seguito di problematiche mediche occorse ai propri associati in qualsiasi parte del mondo.
Da oggi in Italia c’è una nuova realtà che sta facendo parlare di sé: è Ema Assistance. Il fondatore, Ciro Visone, è un ex pilota di aerei che ha pensato di creare questa associazione no profit: “Se ci si trova all’estero per lavoro – spiega Visone – o per vacanza e si ha necessità di assistenza sanitaria è sufficiente chiamare noi che vi raggiungeremo ovunque voi siate”. Ema Assistance lavora con numeri importanti: 11 aeroambulanze, 59 elicotteri e uno staff di 750 medici in tutto il mondo. “Abbiamo stipulato varie convenzioni con i maggiori operatori del nostro settore in tutto il mondo, fra i quali Drf in Germania, Slamair e Helitalia in Austria, altre in Brasile e Stati Uniti. Nel 1980 sono stato il primo pilota che ha introdotto questo tipo di soccorso in Italia e nel 1983 l’ho promosso in Campania. Dopo oltre 30 anni di esperienza ho pensato di creare questo servizio alla portata di tutti”. Infatti se pensiamo che un trasporto aereo sanitario da Napoli a Parigi costa 20.000 Euro e da Napoli a Milano 8.000, ecco arrivare Ema Assistance la cui quota annuale è di 165 Euro che comprende servizi di call center, trasferimento in aeroambulanza sia in Italia che all’estero, rientro in Italia con équipe specializzata, trasporto per coloro che sono in attesa di trapianto d’organi e rimborso per le spese di ambulanza: “In pratica – dice Visone – è una sicurezza per la propria salute al costo di mezzo caffè al giorno; noi siamo gli angeli custodi di chi viaggia e sempre a disposizione di tutti”.
Fra i soci promotori figura l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga; ogni membro riceve una tessera simile ad una carta di credito contenente i dati personali in 5 lingue ai quali i soccorritori faranno riferimento in caso di intervento: gruppo sanguigno, fattore RH, operazioni chirurgiche subite, malattie precedenti, allergie ai farmaci: la tessera consente di accedere in tempo rapidissimo al sito Internet, dove il personale medico troverà tutte le informazioni sanitarie relative all’associato che necessita di intervento. Gli associati, inoltre, contribuiscono con parte della propria quota associativa al progetto Madagascar. EMA Assistance ha scelto di destinare i proventi alla Congregazione delle Suore discepole del Sacro Cuore operanti da anni proprio in Madagascar con strutture di fortuna. A sostegno della loro attività EMA Assistance si è prefissata l’ambizioso obiettivo di completare una struttura entro il 2010 per accogliere, sfamare, istruire e curare mediamente 1600 bambini, ospiti già delle suore.
Le attività, i servizi ed il progetto umanitario sono ampliamente illustrati sul sito
www.emaassistance.com

Arriva il “Viareggio Wellness Weekend”

Con la più grande Fitness Convention dell’estate, torna Bellessere

Il 2 e 3 luglio Piazza Mazzini di Viareggio si trasformerà nella più grande palestra a cielo aperto dell’Estate e prenderà vita la più grande convention promozionale dedicata al fitness, al benessere ed alla bellezza.
Da un’idea della società FM Group con il patrocinio del Comune di Viareggio, Assessorato allo Sport, e la collaborazione con Blound Dancing Girls & Boys, dalle 18:00 oltre 12 aree e 4 palchi composti da speciali Truck, saranno animati dai sistemi di ultima generazione e dalle federazioni più note del settore , con lezioni di fitness e wellness come L’antigravity Yoga, Strike Zone, Gym Stik, Spinning, Striding, Aero Combact, Gravity, Swat, Nrg Bag, Aerobic Accellerator System, Pilates, Energy Hip Hop oltre a numerosi spettacoli tra cui quello della Vitasnella Dance Company , del sosia di Michael Jackson sul palco del tour internazionale e televisivo “New Model Today” che selezionerà le top model più promettenti seguito dalla troupe di Sky “Hight Life Tv” canale 479 con due serate del “Gran Galà della Moda” dedicato ai 150 anni dell’unità d’Italia.
Chiunque potrà accedere e partecipare alle numerose lezioni con i più grandi insegnanti del panorama nazionale. Come per il Carnevale di Viareggio la voce ufficiale sarà quella di Loris Marchi accompagnato dalla instancabile Jill Cooper.
Ma non è tutto qui perché nel villaggio sarà anche possibile rigenerarsi nell’ “Area Relax” o assistere e partecipare attivamente, dalle 19,00 alle 20,00 del 2 luglio, al talk show denominato “Il Salotto del Bellessere” in cui i professori e noti volti televisivi Paolo Manzelli, Luca Piretta ed altri esperti moderati dal giornalista Massimo Lucidi, discuteranno sul tema “alimentazione e sport” .
Anche la UISP sarà presente con l’interazione tra il Comitato di Viareggio e quello di Salerno che, per l’occasione, il 3 luglio dalle 11,00 alle 13,00, svolgeranno la conferenza tecnico scientifica dal titolo “L’allenamento funzionale” oltre alle lezioni pratiche di “Fit Fusion”.
Il Viareggio Wellness Weekend è un evento innovativo e mai realizzato ad oggi che combinerà movimento, bellezza, wellness, spettacolo e divertimento, per tutti coloro che vorranno partecipare ed aggiornarsi sui più innovativi training system, ma anche per il pubblico che desidera un week end estivo innovativo e coinvolgente dedicato al benessere ed alla attività fisica.
Dalle 18,00 alle 24,00 ,il 2 e 3 luglio piazza Mazzini, Viareggio, ingresso gratuito.
Organizzazione e www.blound.com

martedì 14 giugno 2011

16 GIUGNO A BRESCIA APRE AL CAMERA DI CONCILIAZIONE DI CONCILIUM ITALIA

A pochi passi dal Tribunale nuovo di Brescia in Via Aurelio Saffi 15 parte la Camera di Conciliazione targata Concilium Italia su iniziativa di un gruppo di imprenditori e professionisti che ha realizzato un’importante sede, candidata ad essere nei fatti il punto di riferimento in città della nuova procedura di giustizia civile. A due mesi dall’entrata in vigore del Decreto Legislativo 28/2010 fortemente voluto dal Ministro Angelino Alfano, la Conciliazione obbligatoria si sta affermando come lo strumento in grado di rivoluzionare la Giustizia civile rendendola di fatto accessibile al cittadino, colmando ritardi e affrontando la questione del contenzioso arretrato, obbligando le parti prima di presentarsi da un giudice di provare a ricomporre la lite, istruendo una mediazione, obbligatoria appunto, che ha costi bassi e tempi certi, massimo 120 giorni.



Della Conciliazione e delle prospettive che si determinano con questa apertura se ne parla giovedì 16 giugno alle ore 17,30 a Brescia nella sede dell’organismo di Conciliazione in Via Saffi 15 nelle immediate vicinanze del cavalcavia Kennedy e del nuovo Tribunale proprio su iniziativa di Concilium Italia, uno degli organismi di conciliazione autorizzati dal Ministero che si sta contraddistinguendo sul panorama nazionale per la presenza capillare sul territorio e la professionalità dei propri conciliatori. A moderare i lavori e presentare il nuovo servizio di conciliazione è stato chiamato Massimo Lucidi giornalista economico e responsabile delle Relazioni Istituzionali e Media di Concilium Italia. Ma non sarà la sola iniziativa della giornata di giovedì: sin dal mattino dinanzi al Tribunale di Brescia ci sarà una sensibilizzazione e informativa sulla Conciliazione dedicata agli avvocati. E alle 13 in sede un incontro ad hoc di formazione con la simulazione di casi da conciliare.

La logica del “mi conviene”, rispetto a quella del “ho ragione” è chiaramente più competitiva, rivoluzionaria ed ha ispirato il sistema a cogliere l’opportunità forte di dirimere le proprie controversie civili ricorrendo all’Alternative Dispute Resolution, il sistema di risoluzione delle controversie che il Governo ha reso obbligatorio per molte materie. I diritti reali, la divisione, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, la locazione, il comodato, l'affitto di azienda, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica, il risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità, i contratti assicurativi, bancari e finanziari trovano così strutture e professionisti di primo piano per dibattere e portare ad accordo entro 120 giorni le parti che altrimenti mantengono il diritto di rivolgersi al giudice con tutte le lungaggini dell’attuale situazione. L’obbligatorietà premia la scelta culturale per diffondere lo strumento che negli anni prossimi diffonderà un modo diverso per risolvere le liti e di fatto favorirà un percorso verso una società meno conflittuale.

Concilium Italia a Brescia apre nella logica di favorire un servizio sul territorio garantendo autonomia, rapidità, economicità e imparzialità facendosi carico nel contempo di sviluppare una rete di relazioni e un’attività di formazione capace di coinvolgere diverse categorie professionali, i componenti degli ordini, dell’avvocatura, della giustizia civile al fine di rendere concreta ed efficace la procedura di mediazione.

lunedì 6 giugno 2011

9 giugno 0re 18 a Cuneo CONCILIUM ITALIA presenta la CONCILIAZIONE sotto casa!

A due mesi dall'entrata in vigore del Decreto Legislativo 28/2010, la Conciliazione in Italia in linea con le prospettive del Ministro di Grazia e Giustizia, Angelino Alfano, si sta affermando come uno strumento in grado di rivoluzionare la Giustizia civile rendendola di fatto accessibile al cittadino, colmando ritardi e affrontando la questione del contenzioso arretrato. Di tutto questo se ne parla giovedì 9 giugno alle ore 18 a Cuneo nella Sala Convegni del Best Western Hotel Principe di Piazza Galimberti 5 su iniziativa di Concilium Italia, uno degli organismi di conciliazione autorizzati dal Ministero che si sta contraddistinguendo sul panorama nazionale per la presenza capillare sul territorio e la professionalità dei propri conciliatori. A moderare i lavori e presentare il servizio di conciliazione a Cuneo è stato chiamato Massimo Lucidi giornalista economico testimone proprio dell'incontro col Ministro Alfano a Roma in occasione del confronto istituzionale sulla mediazione il 25 maggio scorso. La logica del "mi conviene", rispetto a quella del "ho ragione" è chiaramente più competitiva, rivoluzionaria appunto. Ed ha ispirato il sistema a cogliere l'opportunità forte di dirimere le proprie controversie civili ricorrendo all'Alternative Dispute Resolution, il sistema di risoluzione delle controversie che il Governo ha reso obbligatorio per molte materie. I diritti reali, la divisione, le successioni ereditarie, i patti di famiglia, la locazione, il comodato, l'affitto di azienda, il risarcimento del danno derivante da responsabilità medica, il risarcimento del danno derivante da diffamazione con il mezzo della stampa o altro mezzo di pubblicità, i contratti assicurativi, bancari e finanziari trovano così strutture e professionisti di primo piano per dibattere e portare ad accordo entro 120 giorni le parti che altrimenti mantengono il diritto di rivolgersi al giudice con tutte le lungaggini dell'attuale situazione. L'obbligatorietà premia la scelta culturale per diffondere lo strumento che negli anni prossimi diffonderà un modo diverso per risolvere le liti e di fatto favorirà un percorso verso una società meno conflittuale. Concilium Italia a Cuneo apre nella logica di favorire un servizio sul territorio garantendo autonomia, rapidità, economicità e imparzialità, senza dover ricorrere a quello analogo, promosso dal sistema camerale a Torino. La sede di Concilium Italia Cuneo è Corso Vittorio Emanuele II 25/b. L'evento del 9 giugno sarà l'occasione per un dibattito libero e aperto tra le diverse categorie professionali coinvolte, i componenti degli ordini, dell'avvocatura, della giustizia civile sollecitati a tale riguardo dai mediatori professionali di Concilium Italia.

Il Mental Trainer consacrato a RiminiWellness

riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il Mental Trainer
consacrato a RiminiWellness


All’ultima edizione della kermesse dedicata al fitness, è stata delineata, dai neuropsicologi di Assomensana, la nuova figura professionale che, unica nel suo genere, “allena” la mente e sta mietendo allori.

Dopo i vari mister, i coach e i personal trainer, che lavorano allo scopo di migliorare le prestazioni fisiche per attività e sport di ogni genere e grado, mancava chi potesse completare l’allenamento total body addestrando la mente: il Brian Trainer, che si occupa di palestrare il “muscolo” cervello, è ora una realtà grazie all’impegno di ASSOMENSANA, associazione di neuropsicologi.
E quale migliore palcoscenico per la presentazione ufficiale della rivoluzionaria figura professionale se non quello di RiminiWellness, tempio della cura del corpo (e ora anche della mente)? E così è stato…

Alle Fiere di Rimini, dal12 al 15 maggio scorsi, per la prima volta, i visitatori hanno avuto modo di incontrare direttamente il Forma-Mental Trainer nella “Palestra della Mente”, appositamente allestita nello stand di Assomensana. Nel frequentatissimo spazio dell’Associazione, durante la “quattro giorni” riservata a benessere e sport, l’incontro ravvicinato tra pubblico e ”allenatore del cervello” è avvenuto in maniera estremamente dinamica. Infatti, allo stand, si sono susseguite, senza sosta, animate sessioni di Ginnastica Mentale, sempre affollatissime, ognuna riservata a una specifica parte cognitiva da valutare e irrobustire, come la memoria verbale e la concentrazione. Al posto di pesi, cyclette e altri accessori ginnici, il Neuro Trainer ha proposto test psicologici e divertenti esercizi per lo sviluppo mentale, insieme a consigli dietetici e sullo stile di vita, tagliati su misura per ogni partecipante. L’insolito professionista ha così avuto modo di far conoscere la sua “disciplina” e gli attrezzi con cui è possibile praticare il Wellness della mente.

Il successo riscosso dal Brian Trainer a Rimini non è stata l’unica affermazione conquistata da Assomensana in questo periodo, come rivela il dottor Giuseppe Alfredo Iannoccari, presidente dell’Associazione e capostipite della squadra di “addetti ai lavori” della mente: «Lo scorso 18 maggio, in una location prestigiosa nel Parco di Monza, ho preso parte alla presentazione del premio “Best to Brianza Awards”, il quale mette sotto la lente di ingrandimento e valuta ogni anno le realtà imprenditoriali d'eccellenza che si sono distinte per impegno, capacità e innovazione nei 55 Comuni del territorio (tra cui molte Aziende multinazionali).
In tale occasione, Assomensana ha avuto la nomination per essere tra le 10 migliori realtà non profit che operano in questa vasta area.
Il riconoscimento, inaspettato, ci offre la possibilità di emergere rispetto alle oltre 350 associazioni brianzole, alcune davvero molto più grandi e di lungo corso della nostra».

Per continuare la sua mission e far conoscere la nuova figura del Mental Trainer, da lui impersonificata, il dottor Iannoccari ha incontrato molte persone interessate alla Ginnastica della Mente a Franchising 2011 Nord che si è tenuto presso Piacenza Expo, sabato 28 e domenica 29 maggio. Nell’apposito stand del Padiglione dedicato alla tecnica commerciale del Franchising, il presidente/Brian Trainer (ovvero Neuro Trainer, Memory Trainer, Forma-Mental Trainer) ha illustrato anche il riuscito “brand” della sua Associazione per convertire altri adepti alla causa dell’allenamento mentale.




Il Mental Trainer
spiegato da ASSOMENSANA


CHI

L”allenatore” delle performance intellettuali è un professionista neuropsicologo, appositamente formato, che conosce in modo approfondito il funzionamento del cervello e le sue espressioni cognitive, tanto da poter intervenire con efficacia e attivare le risorse di ogni singolo soggetto.

COSA

Il compito principale del Brian Trainer è quello di stimolare le numerose funzioni cerebrali per sviluppare e potenziare le capacità di: memoria (verbale, visiva, prospettica, episodica, semantica, procedurale, dei numeri, dei volti, dei nomi, topografica ecc.), attenzione, concentrazione, orientamento, linguaggio, ragionamento, logica, prassia, velocità di riflessi e altre ancora.

DOVE

Gli incontri con gli esperti della mente si possono svolgere ovunque, negli ambulatori professionali, al domicilio dell’utente, nelle palestre, presso scuole, centri sociali e culturali, in luoghi messi a disposizione dai Comuni, etc., etc., etc.

PERCHE’

La ricerca scientifica mondiale ci informa che le abilità cognitive sono soggette al logorio del tempo. Dopo i 30 anni qualunque individuo perde inesorabilmente circa l’1% di funzionalità della mente all’anno, tuttavia questo declino può essere rallentato se si mantiene un’attività intellettiva vivace e incentivata.
Inoltre, oggi più che mai, le abilità mentali sono considerate specifici strumenti per affrontare le incombenze quotidiane – di lavoro, di intrattenimento, … - e si sente il bisogno di mantenerle costantemente in buona forma, allo stesso modo del corpo. Non solo: le persone percepiscono la qualità di vita in funzione dell’efficienza con la quale riescono a gestire la moltitudine di informazioni che invade le loro giornate. Per questo è fondamentale preservare e aumentare il rendimento della mente.

COME

Il Forma-Mental Trainer sottopone ai soggetti item cognitivi (disegni, immagini, scritti, testi, test, ...), che sono veri e propri esercizi di Ginnastica Mentale in grado di stimolare e far funzionare a pieno ritmo le differenti aree cerebrali, in analogia con il Personal Trainer che, in palestra, attua il programma di allenamento fisico per rendere tonici e flessibili i vari distretti muscolari.


Per informazioni e interviste:

Giuseppe Alfredo Iannoccari, Ph.D.
Presidente Assomensana
viale Elvezia, 14 - 20900 Monza
tel.fax: 039-2320032 cell.392-6360914
g.iannoccari@assomensana.it
www.assomensana.it
Skype: giuseppeiannoccari

OLTRE L’INTERVENTISMO STATALE: LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI

Franco Bassanini: «Liberalizzare aiuta a salvaguardare il debito pubblico»
OLTRE L’INTERVENTISMO STATALE: LA CASSA DEPOSITI E PRESTITI



Da riflessione sul ruolo dello Stato nell’economia e sul compito della Cassa Depositi e Prestiti, a dibattito sulle ragioni dei referendum e sull’opportunità di procedere nelle liberalizzazioni in alcuni settori chiave, come l’acqua. L’intervento di Franco Bassanini, grande protagonista della scena politica italiana dalla fine degli anni Settanta, attualmente presidente della Cassa Depositi e Prestiti, non è certo passato inosservato al Festival dell’Economia di Trento. Soprattutto per le sue nette prese di posizione sulle liberalizzazioni: «Se alcuni settori torneranno alla gestione dello Stato, tutti gli interventi necessari all’ammodernamento saranno affossati o finiranno per incidere sul debito pubblico. Dobbiamo invece salvaguardare le risorse per i settori che non possono essere privatizzati, come scuola, sicurezza e giustizia».


L’incontro con Bassanini su “Cassa Depositi e prestiti: una nuova IRI?”, moderato dal direttore del quotidiano "l’Adige", Pierangelo Giovanetti, si è aperto nell’aula magna della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento con la riflessione sui rischi legati all’ingerenza eccessiva dello Stato nel mercato economico e finanziario. Focus, in particolare, sul ruolo della Cassa Depositi e Prestiti: si tratta di una banca che raccoglie il risparmio degli italiani (e quindi lo deve difendere) o è invece un soggetto di intermediazione finanziaria controllato dal Tesoro e interviene da protagonista nell’economia, acquisendo partecipazioni in aziende ritenute strategiche? Esiste un problema di commistione tra l’interesse dei risparmiatori e le strategie industriali?
A introdurre la discussione il quadro delineato da Fausto Panunzi, docente di Economia politica all’Università Bocconi di Milano: «La Cassa Depositi e Prestiti finanzia e promuove lo sviluppo Paese raccogliendo i risparmi postali che alimentano il proprio capitale, posseduto per il 70% dallo Stato e per il restante da 66 fondazioni bancarie. Opera erogando mutui a enti pubblici, fondi a sostegno imprese e fondi per edilizia a scopo sociale. Dal marzo 2011 su modello delle altre realtà europee, può assumere partecipazioni dirette o indirette in società di rilevanza strategica nazionale, sulla base dei criteri di redditività dei progetti, con orizzonti di impegno di medio periodo attraverso partecipazioni di minoranza. Da più parti, negli ultimi tempi, si è invocato invano un suo intervento, soprattutto per ricapitalizzare le banche italiane e per difendere Parmalat contro Lactalis. Ma la domanda che rimane di forte attualità riguarda gli strumenti che la Cassa Depositi e Prestiti – analogamente alla nuova Cassa del Mezzogiorno – ha per correggere le imperfezioni del mercato».
«Il nostro è un sistema chiuso con scarsità di grandi gruppi industriali – commenta Gianni Dragoni, inviato del quotidiano "Il Sole 24 Ore" – e, come si è visto anche nei casi emblematici di Parmalat, Antonveneta e Alitalia, ad aggravare le cose, si è diffuso di un principio di difesa dell’italianità dall’acquisto delle grandi aziende da parte di gruppi stranieri che ha portato lo Stato ad intervenire, anche per giustificare l’assenza di imprenditoria privata. Un concetto pericoloso, perché in realtà ha nascosto interessi privati. Proprio il reticolo di relazioni nel capitalismo degli affari, particolarmente evidente nel caso di Mediobanca, rendono il sistema finanziario italiano poco trasparente e fragile. Esiste dunque un problema di ritorno dell’ingerenza da parte dello Stato nel sistema economico e finanziario con il ritorno di esperienze, come quelle dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, divenuto espressione di questa ingerenza?».
A queste perplessità ha provato a dare risposta proprio il presidente della Cassa Depositi e Prestiti, Franco Bassanini: «L’intervento dello Stato nell’economia deve essere rigorosamente delimitato e deve essere votato alla regolazione del mercato, non soggetta dalla politica. La Cassa Depositi e Prestiti non è una banca e non svolge le funzioni tipiche delle banche, perché non fa raccolta ed è sottoposta ad una vigilanza diversa rispetto alle altre da parte della Banca d’Italia. Le sue risorse ammontano a 250 miliardi di attivi, in gran parte provenienti dal risparmio postale di 12 milioni di famiglie italiane raccolti dalle Poste). La sua missione primaria non è la tutela del risparmio, piuttosto l’utilizzo del risparmio per promuovere l’economia e la crescita soprattutto attraverso il finanziamento delle infrastrutture. La Cassa è stata per 150 anni un’amministrazione pubblica. È sì uno strumento dei governi, ma con la riforma Tremonti del 2003 è diventata un soggetto privato, una spa, e si è allargata all’ingresso delle fondazioni bancarie che hanno posto delle condizioni decisive per escludere che la Cassa possa diventare una nuova IRI».
«Il risparmio postale – ha aggiunto Bassanini – quando viene acceso, non è più debito pubblico, ma è un prestito ad un privato, e quindi non fa aumentare il deficit dello Stato. Anche i finanziamenti che la Cassa eroga ai privati attraverso i risparmi dei cittadini non finiscono nel debito pubblico. Fino al 2003, infatti, Cassa Depositi e Prestiti impiegava i propri fondi solo per erogare mutui e prestiti agli enti pubblici. Ora è più simile alle sue consorelle europee ed eroga mutui per tante altre cose, come finanziare le infrastrutture direttamente o tramite prestiti o capitale di rischio. È stata un’evoluzione importante perché abbiamo sempre più bisogno di spostare il finanziamento dell’economia e dell’infrastrutture in particolare, fuori dal circuito del finanziamento pubblico verso i privati. In alcuni casi, come per la sicurezza, la giustizia, la scuola o una parte della sanità e delle infrastrutture ferroviarie, è impossibile privatizzare perché sono servizi essenziali e sono “a fallimento di mercato”. Quindi bisogna concentrare su questi tutte le poche risorse disponibili».
Un punto, questo, che ha inevitabilmente portato la discussione anche sul tema caldo dei referendum del 12 e 13 giugno, stimolando accese reazioni anche tra il pubblico del Festival. «Se dovessero passare i referendum con il ritorno alla gestione statale in quei settori – ha commentato Bassanini – sarebbe un passo indietro. Qui non è in discussione il valore del bene pubblico, quanto piuttosto il modo di gestirlo. Se beni come l’acqua dovessero tornare ad essere gestiti direttamente dall’ente pubblico, la conseguenza immediata sarebbe che tutti gli investimenti finirebbero sul debito pubblico o non si farebbero. Ma dato che il nostro Paese è obbligato a ridurre il debito pubblico, come facciamo a investire su questi settori che ne hanno tanto bisogno? Nel finanziamento delle infrastrutture c’è spesso un clamoroso problema di equità. Le conseguenze della crisi economica e il venir meno dei contributi a fondo perduto incidono sulla possibilità di recuperare finanziamenti per avviare progetti a medio e lungo termine, come le infrastrutture. Se non intervengono investitori di lungo termine che per loro struttura azionaria possano fare prestiti con ammortamenti diluiti nel tempo, come può fare la Cassa Depositi e Prestiti».

'IMPORTANZA DEGLI INCENTIVI PUBBLICI

Incontro dell'Ordine dei Dottori commercialisti ed esperti contabili di Trento e Rovereto
L'IMPORTANZA DEGLI INCENTIVI PUBBLICI



Sì agli incentivi pubblici purché selettivi, diretti a innovazione e ricerca e se "mirano a stimolare comportamenti virtuosi delle imprese", come ha detto l'assessore Olivi. È quanto è emerso nel confronto promosso dall'OCDEC, Ordine dei Dottori commercialisti ed esperti contabili di Trento e Rovereto, a Palazzo Calepini nell'ambito del Festival dell'Economia. Sul tavolo dei relatori l'assessore all'industria, artigianato e commercio della Provincia autonoma di Trento, Alessandro Olivi; il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti; la presidente di Confindustria Trento, Ilaria Vescovi, coordinati dal vicedirettore de "Il Sole24Ore" e direttore di Radio24, Elia Zamboni.


"È sempre un piacere partecipare al Festival dell’Economia di Trento - sono state le parole di Elia Zamboni - perché è un confronto interessante, mai banale, ricco di idee e di scambi, dove la risposta del pubblico è importante".
In apertura la presidente Vescovi ha subito voluto sgombrare il campo dai fraintendimenti: "Questo è un tema che in Trentino non è ancora ben compreso. Gli incentivi sono una leva fondamentale per lo sviluppo del comparto, ma sicuramente la nostra non è una provincia dove si vive di soli contributi, come invece troppo spesso appare. Gli incentivi sono stati fondamentali in passato, una trentina di anni fa, per favorire l'industrializzazione del nostro territorio; ma oggi l'industria in Trentino è una realtà che dà lavoro a 37 mila dipendenti, genera un fatturato di 10 miliardi di euro ed esporta circa il 30% di prodotti. Una realtà diversificata, con poche e sane multinazionali, alcune imprese di elevate dimensioni, un bel numero di medie imprese che operano in nicchie di mercato con elevata specializzazione. Il nostro punta di forza è proprio questa elevata specializzazione, unita soprattutto alla grande attenzione riservata ad innovazione e ricerca. Sotto il profilo dell'innovazione siamo migliori non solo rispetto all’Italia, ma anche rispetto anche ai più eccellenti esempi europei".
Gli incentivi sono dunque uno strumento indispensabile: "Una percentuale media pari al 15% di contributi - ha proseguito Ilaria Vescovi - ha generato investimenti negli ultimi quattro anni di oltre un miliardo di euro solo per il comparto industriale. Ma sono stati fondamentali anche altri strumenti, come il fondo Olivi che, a fronte di un contributo piuttosto limitato di 16 milioni di euro, ha permesso di stabilizzare e mantenere inalterati 10.700 posti di lavoro; oppure il lease-back, che ha salvato molte aziende".
Tre le emergenze da superare, secondo il presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, Claudio Siciliotti, per far ripartire il sistema Paese: "Emergenza generazionale perché un Paese che ha perso due milioni di giovani dal mercato del lavoro, dove solo 1 su 4 dei nostri ragazzi lavora e dove 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano non ha prospettiva. Emergenza geografica, perché il Sud paga una tassa impropria alla criminalità di cui va tenuto conto. Emergenza di genere perché troppo spesso le donne sono discriminate, perché non ci sono investimenti sulla famiglia e perché le mamme sono le prime a perdere il posto di lavoro".
L'Italia è un Paese straordinario ma purtroppo il sistema si è bloccato e non sta offrendo prospettive in particolare alle nuove generazioni: "La crescita è ferma - ha evidenziato Siciliotti - se negli anni '70 il Pil reale era del 5,6%, negli anni '80 era già sceso al 3,8%, al 2,4% ad inizio '90 ed oggi siamo a crescita zero con un Pil reale dello 0,2%. Ma abbiamo anche problemi di distribuzione della ricchezza nonché enormi sacche di inefficienza, con una pubblica amministrazione che impiega mediamente 86 giorni a liquidare le imprese e che ha reso più efficiente la riscossione anziché semplificare i cavilli burocratici".
L'assessore provinciale Alessandro Olivi ha infine spostato l'attenzione sul sistema trentino, dove gli incentivi si concentrano da un lato nel sostenere le imprese di fronte alla crisi, dall'altro a sviluppare: innovazione e ricerca, il comparto della sostenibilità ambientale, la filiera della formazione. Fondamentali gli incentivi, che però devono mirare a suscitare comportamenti virtuosi nelle imprese: "Le manovre - ha commentato l'assessore - sono servite per mantenere un certo equilibrio nella nostra società, in questi ultimi tre anni circa abbiamo destinato al sostegno delle imprese, nonché alla tutela sociale e alla domanda pubblica di beni e servizi, circa un miliardo e 300 milioni di euro, salvaguardando 85 milioni annui di gettito. Di contro abbiamo lavorato anche sulla solvibilità della Provincia, costruendo dei protocolli per garantire che la quasi totalità delle prestazioni richieste dalla pubblica amministrazione venga saldata entro un mese. Infine una recente delibera della Giunta provinciale stabilisce delle garanzie nei confronti dei contribuenti che subiscono accertamenti, perché ci rendiamo conto che l’immediata esecutività può mettere in seria difficoltà le imprese".

COME LE BANCHE CENTRALI REAGISCONO ALLA CRISI

Lucrezia Reichlin: «Autorità che devono rimanere indipendenti per tutelarci dai rischi»
COME LE BANCHE CENTRALI REAGISCONO ALLA CRISI



Cosa sono le banche centrali e come si muovono nella crisi? Dalla condanna di Fazio, al trasferimento di Mario Draghi alla BCE, fino al posto vuoto alla Banca d’Italia e alla crisi dell’euro: il Festival dell’Economia di Trento prende appuntamento con l’attualità e si occupa del ruolo delle Banche centrali e del bene prezioso dell’indipendenza dei banchieri centrali nei confronti dei poteri nazionali. Di questo ha parlato Lucrezia Reichlin, economista della London Business School e del Centre for Economic Policy Research (ma anche prima donna ad occupare il ruolo di direttore generale per la ricerca alla BCE), che ha ripercorso le varie tappe della crisi, dal suo esordio fino alla stabilizzazione ad opera della banche centrali. A introdurre il tema, la giornalista di Repubblica, Elena Polidori.


«I confini della libertà economica, tema del Festival di quest’anno, c’entrano molto con il ruolo delle banche centrali, che devono rimanere autorità indipendenti rispetto ai governi nazionali» ha esordito Lucrezia Reichlin, davanti al pubblico riunito nella sala conferenze della Facoltà di Economia dell’Università di Trento. «Nella recessione che ha caratterizzato il 2008-2009, le banche centrali hanno agito in modo diverso rispetto a quanto fanno di solito. La risposta alla crisi dei governi e della banche è stata infatti senza precedenti e ha portato a risultati di stabilizzazione. Gli interventi sono infatti serviti ad evitare il disastro che avvenne, ad esempio, negli anni ’30.»
Per capire meglio come è andata bisogna capire il funzionamento delle banche centrali in tempi normali: «La Banca centrale è il manager del sistema dei pagamenti, la banca del governo, la banca delle banche. Ha il compito di stabilire le regole che garantiscono il buon funzionamento del sistema finanziario e interviene in caso di crisi per effettuare salvataggi. Soprattutto, ha il monopolio di creazione di moneta, perché gode di credibilità, aumentando le riserve creando ad hoc i fondi. Durante questa crisi ne ha creati molti. Con implicazioni sul piano fiscale perché i profitti così ottenuti sono pagati al governo, costituendo così un’importante fonte di entrate. Ma se ne produce troppo, il rischio è quello di produrre inflazione. Inoltre, la Banca Centrale esercita un’influenza sul sistema economico attraverso la determinazione dei tassi di interesse di politica monetaria, compresi quelli a breve termine che sono quelli che influiscono sulle condizioni dei mutui per i cittadini. In tempi di crisi, quando tutti questi tassi non sono collegati, per la Banca centrale è molto complicato svolgere il suo ruolo».
Ma cosa è successo durante la crisi alle banche centrali? «Nell’agosto 2007 si apre la prima fase della crisi, quella relativa alla liquidità. La BCE decide di immettere temporaneamente liquidità nel mercato per tentare di evitare un blocco delle operazioni. Con il fallimento della Lehmann nel settembre del 2008 il problema di liquidità si trasforma in un problema di solvibilità, di crisi bancaria con conseguenze che hanno portato verso la recessione. Tutte le banche erano colpite perché potenzialmente ritenute non solvibili. Oltre ad abbassare il tasso di policy, la BCE ha messo in campo uno strumento non standard, completamente nuovo: quello di sostituirsi al mercato, come “intermediario di ultima istanza” rimpiazzando le transazioni con operazioni a tasso fisso per offrire liquidità alle banche e per tentare così di ristabilire il funzionamento del mercato. Una soluzione che è servita a restaurare un allineamento tra i vari tassi e nel controllare l’offerta di moneta, evitando anche un crollo dei depositi, come invece si era verificato nella crisi del ’29».
Durante la crisi però, oltre a prendere liquidità dalla BCE, le banche hanno anche depositato. «Ciò è indice di una segmentazione del mercato e di una divisione tra banche “buone” e “cattive”, solvibili e non. Questa segmentazione è un indice preoccupante. Il compito delle banche centrali è infatti quello di dare liquidità contro “collaterale”, non di tenere in vita delle banche non più solvibili. Questo è eventualmente compito dei governi. Se poi il collaterale (le garanzie) non è buono, sorgono ulteriori problemi.»
Poi l’ultima fase: «Con la crisi sovrana scoppiata nel maggio 2010, la BCE lancia il Securities Market Program per restaurare liquidità nei mercati dove c’è bisogno (ad esempio sul debito greco), riassorbe la liquidità creando depositi a termine e comperando buoni del Tesoro (ad oggi 75 miliardi di cui due terzi sono greci). Il principio era quello di dare al governo il tempo necessario per trovare una soluzione per il debito dei Paesi periferici e le banche insolvibili, ma il problema persiste e questo ha creato un conflitto di interessi, perché si sostiene una parte particolare del sistema finanziario. Il rischio di fallimento di questi Paesi si estende così al resto del sistema con rischi di credito generalizzati che potrebbero sfociare anche in un’estensione della bancarotta e di fallimento della BCE (che potrebbe verificarsi in caso di bancarotta di Grecia, Portogallo e Irlanda), che sarebbe da ricapitalizzare con i soldi dei cittadini europei. Questa relazione stretta tra politica monetaria e fiscale è ciò che sta oggi alla base del sistema».
A questo punto, la soluzione è quella di accettare il compromesso per evitare una crisi finanziaria oppure evitare il conflitto d’interesse e chiudere il rubinetto verso i Paesi in difficoltà? «La risposta non è semplice – chiude la Reichlin – ma in ogni caso il sistema rimarrà fragile e occorre chiedersi se si debba ragionare per arrivare col tempo ad un’unione fiscale».

EUROPA E L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO PUBBLICO

A "Focus" lo scenario, talvolta inquietante, descritto dall’economista Jürgen von Hagen
EUROPA E L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO PUBBLICO



La crisi ha portato a revisioni delle regole della politica fiscale nel contesto dell'euro-zona. Le misure però rischiano di intervenire troppo tardi e di non essere sufficienti. Ciò di cui abbiamo bisogno è una cornice comune all'interno della quale affrontare i rischi di ripudio del debito sovrano nell'area dell'Euro. L’economista Jürgen von Hagen indica le misure: politiche fiscali solide e basate su interessi comuni.


Jürgen von Hagen è il classico docente tutto d’un pezzo, cresciuto nel rigore dei dettami della scuola economica tedesca. Oggi è docente di Economia presso l’Università di Bonn e direttore dell’Institut für Internationale Wirtschaftspolitik, oltre che editore della “European Economic Review”, ma sopratutto è stato consulente economico del Fondo Monetario Internazionale (FMI), della Banca Mondiale, della Commissione europea e della Banca Centrale Europea (BCE), e di molti governi in Europa e oltre.
La sua lettura del debito pubblico che grava sull’Europa e sulle prossime generazioni del nostro continente, è una lezione che partendo dall’economia politica, abbraccia i principi del coordinamento politico nelle economie aperte, per arrivare all’integrazione economica europea, senza dimenticare la finanza internazionale e pubblica, e la temuta teoria politica e monetaria.
L’economista tedesco indica due principi - politiche fiscali solide e basate su interessi comuni - su cui concentrare gli orientamenti di massima anche per le politiche di risanamento e sui quali i Governi hanno incominciato a trovare le prime intese. “Fino ad oggi - spiega il docente - gli Stati europei cercano delle intesi comuni, anche se in Europa non c’è ancora obbligo di applicazione dei principi”.
L’Euro gruppo non ha capacità sanzionatorie, né ha capacità di farsi ascoltare da parte dei singoli Governi. L’idea di sostenibilità delle finanze pubbliche, ovvero finanze solide, è strettamente legato al concetto di vincolo di bilancio, con cui si impone ad ogni Stato il limite di spese riferito alle risorse disponibili. “La tendenza attuale - dice von Hagen - vede invece i governi interessati a pagarsi i debiti nel lungo termine di pagarsi”.
L’unione ha interesse di limitare il debito pubblico, così come il limite di bilancio deve valere per l’Unione ma non per i singoli stati. “Sulla base di questa osservazione - ha continuato von Hagen - uno Stato indebitato e in difficoltà può essere salvato se gli altri stati decidono di intervenire in suo soccorso. Certo è che maggiore è il rischio per gli stati grandi perché nessun stato piccolo potrebbe intervenire in suo soccorso ed assumersi l’onere del risanamento”. In altre parole, l'Italia non può essere salvata dal debito pubblico, cosa invece che potrà succedere per Grecia e Portogallo.
Le politiche fiscali non dovrebbero essere limitate nel breve termine mentre l’obiettivo è la stabilità del lungo periodo ed è in questa prospettiva che vanno insediate le misure di salvataggio di qualsiasi stato.
A partire dagli anni ’90, il debito pubblico è andato aumentando negli stati maggiori, con un’inversione verso la metà degli anni 90, quando il debito è aumentato negli stati più piccoli. L’arrivo della crisi ha toccato gli stati grandi e questo significa che i ministri dei grandi paesi non hanno interesse a rientrare nei parametri comunitari.

L'ITALIA DEVE RIPARTIRE DALLA CULTURA

Incontro con Caliandro e Sacco e il loro "Italia reloaded" alla Fondazione Bruno Kessler
L'ITALIA DEVE RIPARTIRE DALLA CULTURA



"Nel nostro momento di massimo splendore noi italiani siamo stati promotori di esperienze culturali straordinariamente innovative. Oggi siamo diventati i guardiani notturni del nostro eccezionale patrimonio, siamo davvero gli eredi più inadeguati di quella cultura che vogliamo tesaurizzare". E ancora: "Se vuoi congelare un luogo questo si trasforma in un parco a tema, i centri storici di Venezia e di Firenze sono esempi lampanti di un modo sbagliato di fare cultura e i visitatori si adeguano a questo mutato sentire e utilizzano i bellissimi ambienti urbani come fondali per foto ricordo". È questo il pensiero espresso in: "Italia reloaded. Ripartire con la cultura" (il Mulino), l'opera di Christian Caliandro, dottore di ricerca in Storia dell'Arte, e di Pierluigi Sacco, professore alla IUAV di Venezia. Alla Fondazione Bruno Kessler, per il Festival dell'Economia di Trento, i due autori si sono intrattenuti con Paolo Legrenzi, psicologo economico e professore alla "Ca' Foscari" di Venezia, e con Tonia Mastrobuoni, giornalista de "La Stampa".


"Purtroppo in Italia - ha esordito Tonia Mastrobuoni - il dibattito in merito alla conservazione dei beni culturali si sta concentrano sulla disponibilità dei fondi, si è perso di vista da molto tempo un tema cruciale, ovvero come la cultura viene fruita dal pubblico". Argomento centrale invece nel libro di Caliandro e Sacco che, sulla base anche di alcuni sondaggi effettuati sui visitatori dei musei italiani, esprimono l'idea di una fruizione passiva dei beni culturali. "La società italiana alla fine degli anni '70 è precipitata in un vortice - ha commentato Christian Caliandro - in una sorta di smarrimento, di decomposizione, come rendono bene alcuni zombie movies del periodo. C'è stata, in sostanza, una sorta di rimozione del passato, di rimpianto e nostalgia, che si è tradotta in assenza di memoria. Questa in buona sostanza è la condizione propria dello zombie; noi viviamo fra le rovine di strutture costruite e prodotte da una cultura precedente".
Negli ultimi anni, accanto a un fenomeno collettivo di rimozione, si è affiancato un modo di intendere la cultura strettamente economico: "Ormai le manifestazioni culturali si leggono in termini economici, di marketing - ha spiegato Paolo Legrenzi -, ovvero quante persone hanno visitato la mostra, quanti soldi sono stati incassati, quanto è stato l'indotto complessivo. È un fenomeno che riduce e svilisce la nostra cultura, che riduce i gusti delle persone alle scelte che essi fanno e a ricavare l'assetto culturale di un intero paese dalle preferenze delle persone".
L'effetto sui nostri centri storici più belli è stato devastante: "Sono ormai ridotti a parchi tematici, a sfondi per le foto ricordo e per le cartoline - sono state le parole di Pierluigi Sacco -. Venezia ha 20 milioni di turisti all'anno, ma è una città fatta per ospitarne 100 mila ed è evidente l'impatto che questo può avere sulla sua sostenibilità. Si sta desertificando, sta perdendo la memoria di ciò che è, rimane solo un immenso bed&breakfast, una grandissima vetrina incapace di produrre nuovi significati, nuova cultura".
Ma la strada d'uscita è indicata da alcuni esempi virtuosi: "Trento, ad esempio, è una delle culle italiane di un nuovo modello di sviluppo, in grado di produrre sistemi di contenuti - ha concluso Sacco -. La sintesi a cui guardare non è il binomio tra patrimonio culturale e turismo, ma quella fra patrimonio e information technology, ovvero l'utilizzo della tecnologia per trasmettere contenuti e informazioni. Dobbiamo creare energia nuova attorno a queste progettualità, come stanno facendo tutti i paesi emergenti, perché le opportunità culturali hanno effetti sull'innovazione, sulla coesione sociale, sul benessere; pensiamo ad esempio alla Corea del Sud, che sta investendo miliardi per creare una piattaforma culturale. Solo attraverso un percorso che intreccia information technology e cultura, quest'ultima potrà trasformarsi e diventare motore dell'economia".

controversa "grande idea" del governo Cameron LA BIG SOCIETY: UNA CHIMERA, ALMENO PER IL MOMENTO

L'analisi di Sarah Smith sulla controversa "grande idea" del governo Cameron
LA BIG SOCIETY: UNA CHIMERA, ALMENO PER IL MOMENTO



Sebbene nel complesso l'idea di Big Society lanciata da Cameron nel 2009 (devoluzione delle responsabilità, apertura dei servizi pubblici alle associazioni no profit, promozione del volontariato) sia auspicabile, non si vede come il volontariato (che nel Regno Unito corrisponde al 4 per cento del PIL, mentre in Italia è l'1 per cento) possa riuscire da solo a colmare le necessità sociali che si apriranno con i prossimi drastici tagli alla spesa pubblica. È questo il dubbio con il quale ci lascia Sarah Smith, professore di economia presso l'università di Bristol nonché ricercatrice ed esperta del terzo settore, a conclusione della sua relazione dal titolo "A cosa serve la Big Society?".


L'introduzione di Stefano Feltri, giornalista del "Fatto Quotidiano", ha messo in luce quanto il difficile rapporto tra welfare state e tagli alla spesa pubblica sia attuale anche in Italia: la prossima manovra di austerity di circa 40 miliardi andrà infatti ad impattare profondamente sulle finanze dello Stato, rendendo indispensabile trovare altre fonti di finanziamento per uscire dalla crisi fiscale. Le premesse della Big Society, quindi, (incoraggiare l'affidamento locale delle responsabilità, aprire i servizi pubblici alle associazioni no profit, promuovere il volontariato) sarebbero auspicabili anche da noi e ricordano in parte quelle forme di sussidiarietà cattolica che in fondo abbiamo già conosciuto nel passato.
La professoressa Smith ha iniziato riportando le parole di Cameron, il quale affermava nel 2009 che “una società forte risolverà i nostri problemi più efficacemente di un governo forte. Vogliamo che lo stato sia uno strumento per aiutare la società”. Questa presa di posizione ha posto il governo conservatore di Cameron sotto accusa anche per la profonda rottura con il pensiero di una “madre fondatrice” dello stesso partito, Margaret Thatcher, la quale nel lontano 1987 affermava “...a troppe persone è stato fatto credere che se hanno un problema è dovere del governo occuparsene. In questo modo scaricano il problema sulla società. E voi sapete che la società non esiste”.
L'idea di Cameron e dei sostenitori della cosiddetta Big society sarebbe quella di incentivare il terzo settore, aprendo inoltre ad organizzazioni no profit la gestione dei servizi pubblici. A supporto di quest'idea, la professoressa Smith ha portato numerosi studi che mostrano le peculiarità di tale modello economico: si è visto così come le organizzazioni no profit possano infatti offrire più qualità all'utente rispetto al pubblico ed al privato, benché a volte i costi complessivi aumentino, forse per la mancanza del fattore “profitto” nell'equazione dell'azienda; inoltre, il settore no profit risulterebbe destinatario più credibile delle donazioni pubbliche, per la fiducia accordatagli dalla gente; infine, i lavoratori del terzo settore dimostrerebbero un impegno maggiore verso “gli altri” rispetto ai lavoratori di aziende private, anche se non maggiore dei dipendenti pubblici. Altri nodi difficili da sciogliere sono il conciliare offerta di volontariato e localizzazione della domanda, nonché vita lavorativa a tempo pieno e dedizione alla collettività.
In aggiunta a ciò, le proposte di reinvestimento ed aiuto concrete al terzo settore da parte dello Stato rimangono per il momento risibili, se paragonate ai futuri tagli che si aggireranno attorno ai cinque miliardi di sterline. Conclude così Sarah Smith: “A tutti piacciono la mamma e la torta di mele, ma al momento la poca chiarezza teorica ed empirica del concetto di Big Society porta a ritenerla più uno slogan che una proposta realizzabile per uscire dalla crisi fiscale del debito senza distruggere il welfare state”.

CONOSCIAMO DAVVERO I LIMITI DELLE NOSTRE SCELTE?

Il concetto complesso di libertà economica nella spiegazione di Fabio Ranchetti
CONOSCIAMO DAVVERO I LIMITI DELLE NOSTRE SCELTE?



Le moderne democrazie si fondano sul principio e sulle tante declinazioni del concetto di libertà: liberalismo, liberismo, libertarismo e, non ultimo, libertinismo. Ma quando si parla di economia possiamo dire che ognuno è libero di agire sul mercato come meglio crede? Ne ha parlato con la giusta dose di ironia Fabio Ranchetti, docente di Economia politica e Economia politica all’Università di Pisa. Introdotto da Luciano Andreozzi, ha accompagnato il pubblico del festival alla scoperta del concetto complesso che sta alla base delle società moderne, coniugando una visione strettamente economica al grande dibattito nel campo della filosofia politica.


Libertà politica, economica, di culto, di stampa, di scelta e via continuando in un lungo elenco: troppe libertà o troppi tipi di libertà? “Libertà, ha detto Ranchetti parafrasando Montesquieu, è un termine che viene usato troppo spesso in modo generico e allusivo. Al contrario è un concetto complesso e non univoco, che per alcuni indica non soltanto una nozione, ma una vera e propria cosa. Tutti la vogliono, ma si dimenticano di specificare in che senso la intendano”. E’ possibile trovare una gerarchia fra le varie libertà (la libertà di pensiero è meno discutibile della libertà di non indossare il casco quando si va in bicicletta) ma è molto difficile scindere le varie tipologie di libertà le une dalle altre: ad esempio il concetto di libertà economica è inscindibile da quello di libertà politica. “Sorvolando sulle altre implicazioni, ha continuato il professore, mi concentrerò sul concetto di libertà economica, cercando di darne una definizione e di metterla in relazione sia con le ‘altre libertà’ che con i valori economici dell’efficienza, dell’eguaglianza e del benessere”.
Nella letteratura specialistica, la libertà economica è stata molto spesso ignorata dagli economisti, mentre, a partire dall’opera di Isaiah Berlin nei tardi anni ’50, è stata a lungo un tema di dibattito fra filosofi del diritto, generalmente anglosassoni e di matrice analitica. In questo modo la gran parte dei testi sulla libertà economica richiede competenze filosofiche avanzate per essere interpretata in modo completo, escludendo di fatto dal dibattito la gran parte degli economisti: “in pochi sono intervenuti perché pochi sanno padroneggiare così bene due discipline. Uno di loro è stato Amartya Sen, ospite all’anteprima del Festival, che ha dato un contributo determinante sia filosofico che economico”, oltre a John Rawls con Una teoria della giustizia e più recentemente Ronald Dworkin con Justice for Hedgehogs, “di cui inizieremo a discutere almeno fra quarant’anni, quando ne avremo capito realmente il significato”. Ma nell’economia contemporanea, quale ruolo gioca e che importanza ha la libertà?
Ranchetti ha presentato quelli che secondo lui sono i fondamentali punti di contatto fra le due sfere: la nozione di bene libero, la nozione di libertà di scelta e la libertà di scambio, a cui si possono ricondurre tanto la libertà di impresa quanto il concetto di concorrenza.
Il bene libero, da definizione, è un bene non economico: è liberamente disponibile e non ha prezzo anche se scarso in termini economici. I sentimenti o la stessa libertà sono rari e non hanno un costo, e si possono classificare come tali. Ma il discorso diventa più complesso se si pensa alla sanità o all’istruzione: There is no such thing as a free lunch, diceva Milton Friedman riguardo ai servizi gratuiti, rendendo quindi evidente il paradosso per cui questi servizi siano comunemente considerati beni liberi benché “abbiano un prezzo e siano scarsi”.
L’altro concetto è quello della libertà di scelta degli individui. Sul mercato ognuno è libero di acquistare quello che vuole, a patto di tenere in considerazione l’impossibilità di stabilire il prezzo della merce che si vuole acquistare e l’effettiva disponibilità del proprio portafoglio. “Gli economisti però, ha spiegato Ranchetti, tendono ad analizzare le conseguenze delle libere scelte senza interrogarsi sufficientemente su come gli individui si procurano le risorse iniziali”. Nessuno è in grado di sceglierle dal momento che dipendono dal contesto in cui ci si ritrova a nascere: è una questione di pura fortuna, eppure è il principale ostacolo alla libertà di scelta.
Il terzo concetto è la libertà di scambio, che Ranchetti ha spiegato citando l’adattamento di Edgeworth della vicenda di Robinson Crusoe. Il rapporto fra Robinson e Venerdì è lampante per analizzare un sistema economico plausibile: posti nelle stesse condizioni, Robinson offre a Venerdì del denaro in cambio del suo lavoro. Tuttavia la vicenda termina presto, quando si raggiunge inevitabilmente una situazione di efficienza paretiana, la situazione in cui la posizione di nessuno dei due è migliorabile senza peggiorare le condizioni dell’altro. Nel romanzo di Defoe questa situazione di “equilibrio non equo”, in cui la libertà si trasforma in costrizione, si verifica dopo poco tempo. Come una spada di Damocle, è un limite invalicabile che blocca la libertà economica.
In conclusione Ranchetti ha voluto citare Keynes: “Il problema della politica, scriveva l’economista inglese, è combinare insieme efficienza economica, giustizia sociale e libertà individuale”. Mentre in italiano il concetto di libertà ha un solo termine linguistico, in inglese può essere espresso con due termini: con il latinismo liberty o con termine free di matrice germanica. Tuttavia l’inglese freedom, libertà, condivide la stessa radice del tedesco freund, amico. “Già Aristotele aveva associato la libertà all’amicizia: in questo troviamo conferma di una tendenza alla conciliazione tra valori di solito in conflitto. Penso che sia compito degli economisti trovare il modo di far convivere equamente i principi espressi da Keynes, ha concluso Ranchetti, trovando il modo di estendere quanto più possibile i confini della libertà economica e permettendo così di aumentare la propria libertà di azione sul mercato al maggior numero di persone possibile”.

IL POTERE DEL CONSUMATORE RISCRIVE LE REGOLE DEL MERCATO

Libertà di scelta e di consumo critico nel dibattito con Becchetti e De Biase
IL POTERE DEL CONSUMATORE RISCRIVE LE REGOLE DEL MERCATO



Consumatori: davvero liberi di scegliere? Questo l’interrogativo da cui ha preso le mosse l’incontro proposto da Trentino Arcobaleno, presso la Facoltà di Sociologia. Ne hanno discusso Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all'Università di Roma "Tor Vergata" e il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Luca De Biase. Le esperienze dei consumatori “critici”, e i dati della campagna “Bilanci di Giustizia”, dicono che l’unica vera libertà di mercato è la libertà “dal mercato”. Una prospettiva che vuole ridefinire le regole del mercato e del consumo nell’ottica , in cui si sono trovati d’accordo i relatori, di nuovi criteri etici e ambientali in cui, ad esempio, la felicità di un popolo o di una nazione non sia più stabilita solo dal Pil ma da ben altri parametri.


Da diciotto anni il progetto “Bilanci di giustizia” che coinvolge migliaia di famiglie in tutta Italia ha dato nuove possibili coordinate ad un'altra idea di mercato e di libertà del consumatore. Nei bilanci mensili raccolti e studiati si disegnano infatti nuovi parametri di una scelta di consumo più consapevole ed attenta, ad esempio, all’eticità del prodotto equosolidale e all’ambiente. In questo quadro l’obiettivo delle famiglie è modificare secondo giustizia la struttura dei propri consumi e l’utilizzo dei propri risparmi, cioè l’economia quotidiana.
Un contesto importante secondo Leonardo Becchetti, docente di Economia politica all'Università di Roma "Tor Vergata" che ha evidenziato come da qui si possa partire per ridefinire il ruolo del consumatore sempre più consapevole delle sue scelte e non più solo da considerare come “homo economicus” che pensa solo al massimo profitto possibile.
“Lo strapotere delle industrie, ancora cosi decisivo oggi nelle regole di mercato - ha sottolineato Becchetti – può essere contrastato dal cittadini solo con un modo di consumare diverso e più attento ad prodotti etici, nati da un processo produttivo che guarda alla solidarietà e al rispetto per l’ambiente”. Da qui l’importanze delle scelte consapevoli: “Bisogna andare nel mercato e cambiarlo, per riscriverne le regole. Una sfida fondamentale per il nostro futuro che può essere vinta”.
Il giornalista de “Il Sole 24 Ore” Luca De Biase ha posto invece l’accento sull’importanza del concetto di felicità delle persone: “Un concetto che negli ultimi anni è stato al centro dell’attenzione nel valutare il benessere di una popolazione e non può certo affidarsi solo in base agli alti e bassi del Pil”.
Secondo De Biase stiamo vivendo anche la fine di un epoca in cui era la televisione a dettare le regole dei consumi e ad imporre le esigenze mentre oggi il quadro sta cambiando radicalmente e non solo grazie ad Internet. “Il denaro quindi - ha concluso Becchetti- non può essere l’unica misura per misurare la felicità e di conseguenza il benessere di un territorio va misurato anche tenendo conto delle relazioni sociali e famigliari fra le persone, della qualità dell’ambiente, dell’offerta culturale. L’obiettivo considerando sempre più questi parametri è quello di avere quindi un economia sempre più socialmente e ambientalmente sostenibile”.

NORDAFRICA, ITALIA PARTNER ECONOMICO PRIVILEGIATO

Stabile la situazione dei mercati anche dopo la "primavera araba", a rischio la condizione sociale
NORDAFRICA, ITALIA PARTNER ECONOMICO PRIVILEGIATO



Gli investimenti italiani nella sponda Sud del Mediterraneo sono solidi e, nonostante l’instabilità dovuta alla cosiddetta “primavera araba”, è probabile che la situazione economica nell’area sarà soggetta ad una crescita continua ed elevata. I problemi, invece, sono principalmente causati dalla frammentazione dell’Unione europea, che non è stata in grado di affrontare le rivolte – appoggiando un forte incentivo alle riforme – prediligendo spesso una politica internazionale incentrata sui rapporti bilaterali tra gli Stati piuttosto che sulla partecipazione estesa. Questi, in breve, i concetti più significativi che sono emersi nel corso dell’incontro patrocinato dal Gruppo economisti d’impresa (Gei) in collaborazione con l’Istituto per gli studi di politica internazionale presso la Sala di Palazzo Calepini. Un convegno, moderato dal giornalista del “Sole 24 ore” Ugo Tramballi, intitolato “La sponda Sud del Mediterraneo e l’economia italiana: quale futuro?”.
Ad introdurre l’argomento di grande attualità, Gianpaolo Vitali, docente di economia applicata dell’Università di Torino. Sono poi intervenuti anche Giorgia Giovannetti, professoressa di economia presso l’Università di Firenze e all’European University Institute, Gregorio De Felice, presidente dell’Associazione italiana degli analisti finanziari (Aiaf), e Paolo Magri, direttore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano (Ispi).


Ad oggi, sebbene la crescente instabilità nei Paesi arabi abbia inciso anche sul mercato internazionale, la situazione sembra essere economicamente propizia e, a detta di Vitali, “risulta essere vantaggiosa in modo particolare per l’Italia, che beneficia della sua posizione strategica e di una politica di scambio consolidata da tempo”. Secondo i dati riportati, infatti, a fine 2008 erano circa 620 le imprese nazionali con investimenti diretti negli Stati della zona “Mena – Middle East and North Africa” (un acronimo diffuso a livello accademico per indicare le zone mediorientali e quelle nordafricane). Uno scenario che, complessivamente, vede impegnati circa 40mila connazionali – con interessi localizzati soprattutto in Tunisia (30% del totale), in Algeria (18%), in Egitto (16%) ed in Marocco (15%) – nei settori del tessile e dell’abbigliamento (per un terzo del totale), nelle costruzioni di opere pubbliche, nell’elettronica e in ambito estrattivo. “In genere – ha precisato Vitali – siamo presenti nei settori complementari alla produzione, oppure di rilievo per l’economia locale”.
“I Paesi Arabi, ha chiarito Giovanetti, si trovano in territorio dove è possibile reperire diverse materie prime necessarie all’Italia (in particolar modo, petrolio e gas naturale), mentre la richiesta di prodotti lavorati risulta molto alta”. Per tale ragione, ed in considerazione che la crescita media dell’area “Mena” è pari al 4% annuo, i commerci sono stabili: dal nostro Paese arrivano prodotti meccanici e chimici, oltre ad alimentari e mobili, mentre in cambio riceviamo impiego di manodopera nelle costruzioni e idrocarburi. “Il settore con più investimenti – ha aggiunto Giovannetti – è quello della meccanica, che si aggira introno ai 40miliardi di euro. In generale, anche in relazione alla popolazione giovane ed in continua crescita, si può dire che i benefici per il mercato sono maggiori dei rischi”.
Ma se il futuro economico appare roseo, la situazione politica sembrerebbe critica: “”L’Unione europea – ha illustrato De Felice – procede in modo disunito, spesso si ricorre ad accordi bilaterali e L’Unione per il Mediterraneo voluta dal presidente francese Nicolas Sarkozy ha ottenuto pochi risultati. Servirebbe un’alleanza costruttiva tra Italia, Francia e Spagna per contrastare gli interessi cinesi e statunitensi nell’area”.
Difficile, infine, anche la condizione sociale, come ha rilevato Magri: “Ci siamo sempre approcciati in modo ipocrita nei confronti dei Paesi arabi – ha detto – chiudendo gli occhi sui governi autocratici e approfittando delle opportunità offerte dai loro mercati. Ora, nel momento in cui la Libia viene bombardata, si parla di aiuti: i fondi però provengono da alcune banche che solitamente investono in infrastrutture, mentre sarebbero necessari interventi per far fronte all’enorme disoccupazione giovanile e in favore della formazione di figure professionali”.

IL "FANTASMA" DI ELIO ROSSI E I PROFESSIONISTI DEL POTERE

Il libro edito da Chiarelettere dibattuto da Giovanni Floris e Bruno Tabacci alla Filarmonica
IL "FANTASMA" DI ELIO ROSSI E I PROFESSIONISTI DEL POTERE



L'oggetto del libro di Elio Rossi, "I professionisti del potere" (Chiarelettere) è la "crema" degli uomini politici e dell'alta finanza che non molla mai il "bastone di comando". L'autore, - il nome scelto per siglare il suo fortunato lavoro è uno pseudonimo - ha conosciuto questo mondo molto da vicino, ma non lo ha descritto in prima persona nell'incontro tenutosi alla sala della Filarmonica, tutelando così il proprio anonimato. Al suo posto, si sono confrontati il giornalista Giovanni Floris, il deputato Bruno Tabacci e Tonia Mastrobuoni, che ha introdotto il tema parlando di un paese dominato da un'oligarchia, la cui economia assomiglia più al socialismo reale che al libero mercato. "Un paese lacerato da 15 anni fra due fazioni, pro e contro Berlusconi, e questa lacerazione, come spiega Rossi, che se fosse qui perderebbe immediatamente il lavoro, impedisce di vedere chi comanda veramente".


"A differenza di Elio Rossi io ho sempre potuto esprimere pubblicamente le mie idee - ha detto Tabacci in apertura, prima di addentrarsi nell'esame dei contenuti del libro - . Del libro ho apprezzato in particolare un punto su cui dovremmo continuare ad interrogarci: gli italiani negli ultimi 20 anni pensato di fare una scelta di furbizia, più o meno consapevolmente Come è stata possibile questa caduta dell'etica pubblica, del senso di responsabilità e del dovere? In primo luogo, a causa dell'idea che ci poteva essere benessere senza lavoro, mentre le due cose non possono essere 'sganciate'. E' in fondo l'idea che stava alla base delle 'catene piramidali' che hanno fatto scuola anche nell'alta finanza, ma che non può essere priva di regole. Le regole sono la seconda questione, si è pensato che si potesse farne a meno, vedasi il caso Parmalat. Altro elemento di fondo, l'idea che i diritti possano camminare senza doveri. Chi passa un pomeriggio davanti ai reality in televisione ne ha un eccellente compendio. Almeno al vecchio 'Lascia e raddoppia' si partecipava sapendo qualcosa, anzi tutto, su una determinata materia. Nel gioco d'azzardo, anche quello dei 'pacchi' televisivi, non occorre sapere nulla. Oggi si gioca su tutto perché non si ha speranza di niente. La società dei nostri padri incardinava i diritti su doveri profondi, quella odierna promette diritti senza chiedere nulla in cambio. Berlusconi è stato il campione di questa società. Ci hanno spiegato che in Europa siamo i più bravi, quelli che sono usciti meglio dalla crisi. Non è così: cosa dovrebbe dire la Germania, che 20 anni fa era divisa in due e oggi è il motore dell'Europa?"
La parola è andata quindi a Floris, noto conduttore di Ballarò, che ha parlato del libro oggetto dell'incontro "un libro ben scritto, che lascia intravedere la figura del suo autore, un professionista che pur avendo grandi capacità è amareggiato perché tagliato fuori, perché i meccanismi di selezione della classe dirigente sono ingiusti. Un paese giusto è un paese che garantisce uguali opportunità per tutti. Il nostro non è così. Da qui l'amarezza, che è dannosa, perché fa perno sull'idea che non si possa cambiare nulla. Oggi questa sensazione è molto diffusa. Da un lato, abbiamo chi pensa che l'Italia sia in mano 'al male', dall'altro chi pensa che l'alternativa sarebbe così catastrofica che è meglio tenersi quello che c'è. La 'salvezza' viene affidata ad una sorta di eroe mitico, capace di realizzare un cambiamento assolutamente radicale. Anche nel libro emerge questa idea che il paese sia in mano a una oligarchia di 'potenti'. Io penso invece che questi potenti siano dei furbi che hanno capito come vanno le cose. Al fondo, se una società va male non è per colpa di un potente che blocca ma di tanti impotenti che non riescano ad arginarlo. E l'impotenza è una cosa che ci accomuna tutti, perché tutti siamo dei cittadini e abbiamo il diritto di voto. Elio Rossi parla di eroi e di cocciuti che, come granelli di sabbia, possono fare saltare l'ingranaggio. Ora, a me non hanno mai convinto né gli eroi né i cocciuti né tantomeno gli ingranaggi che saltano, perché poi se saltano davvero ci vuole un grande esperto che li metta a posto, e neanche i grandi esperti mi convincono molto. Gli ingranaggi vanno reimpostati, riorganizzati. L'impotenza che oggi si respira in Italia nasce da un senso della delega male interpretato: deleghiamo il cambiamento agli eroi e la gestione ordinaria agli incapaci."
Il cambiamento, insomma, per Floris, deve partire dal basso, e riflettere una assunzione di responsabilità dei singoli cittadini.
Mastrobuoni ha introdotto alcuni ulteriori elementi di riflessione: la recente "caduta" di Geronzi e e la ancor più recente vittoria, alle elezioni amministrative, di tanti candidati outsider.
"Nessuno l'aveva immaginato - ha riconosciuto Tabacci - E' evidente che stiamo vivendo un anno che ha delle caratteristiche straordinarie, che ci fanno guardare al futuro con un po' più di serenità, anche se c'è molto da recuperare. Per riaffermare dei principi abbiamo bisogno di una classe dirigente che sia riconosciuta come tale. Più volte ho detto che abbiamo bisogno di un nuovo Degasperi, e lo faccio anche qui non per omaggiare il Trentino, ma perché Degasperi è lo specchio di un paese all'epoca ideologicamente molto diviso ma che è stato capace di unirsi per mettere i sacchi di sabbia sugli argini del Po. Degasperi incarnava l'idea di 'uomo perbene', un esempio positivo per tutti. Berlusconi che perde a Olbia e a Arcore lascia intendere che la pagina è girata: questo cambiamento però va consolidato sul piano politico e governato in maniera autorevole, con un di più di eticità, a cui richiamare tutto il paese."
Floris ricava da questi eventi l'impressione che quando questi sistemi consolidati cadono lo fanno "di brutto", si sgretolano. "Ciò non è necessariamente un bene perché non è detto che ci sia pronto qualcosa di nuovo che li sostituisca. In Italia abbiamo una classe politica di settantenni che si confronta con un Blair che lascia a cinquant'anni, con gente come Obama o Cameron. L'unico modo per sostituire felicemente un potere è che il nuovo conquisti i cittadini prima che il vecchio crolli. Altrimenti succederà come nel '94. Ci vuole un progetto alternativo valido. C'è un impoverimento culturale in atto, che non viene affrontato realizzando qualche mostra sofisticata per delle elites ma con un grande investimento nella scuola. In definitiva, credo che il paese oggi lo si possa conquistare in primo luogo manifestando più interesse per ciò che verrà dopo, per le nuove generazioni, che per i propri affari contingenti. Non si tratta di proporre un'alternativa di nomi né di atteggiamenti. L'alternativa di sistema è un'alternativa di lettura dell'esistente. C'è un sistema di potere che crede nella scorciatoia, a destra come anche a sinistra? Dall'altra parte ci dev'essere qualcuno che crede nella cultura, nella formazione, nell'educazione civica, nella scuola, nella crescita."

INNOVAZIONE

Le “braccia operative” dell’economia locale sono l’Agenzia provinciale per l’incentivazione delle attività economiche, la Trentino Sviluppo Spa e il sistema provinciale della ricerca. Esse sono funzionali allo sviluppo delle imprese e del tessuto produttivo in genere. I risultati sono concreti ed efficaci anche a detta del sindacato. Questo il tema dell’ultima conversazione sotto la "Tenda aperta", la location dell’economia locale al Festival.


“L’agenzia provinciale per gli incentivi alle imprese eroga contributi non solo per le imprese trentine, ma anche per quelle che provengono da fuori provincia che investono sul territorio. A iniziare dal mettere loro a disposizione immobili, come nei Bic (Business innovation center) dove laboratori di ricerca e luoghi per le attività produttive sono dati in affitto agevolato – ha affermato Michele Michelini dell’Apiae (Agenzia provinciale incentivi alle imprese) - ma attiviamo anche fondi per finanza di breve e lungo periodo (mutui e fidi) attraverso i Confidi, creiamo interazione con l’università di Trento e i centri di ricerca per lo sviluppo delle attività produttive, predispone incentivi per progetti di ricerca e sviluppo intorno al 50% dei costi”.
L’obiettivo primario è quello di attivare in provincia di Trento una produzione di beni e servizi, come nel caso della azienda Bonfiglioli di Bologna che produce motori elettrici con cui la Provincia di Trento ha fatto un protocollo di intesa. Nel contesto si è inserito anche il concetto di ‘seed money’ (fino a 100 mila euro di incentivi) finalizzato a potenziali imprese di successo. “Tuttavia trasferire l’idea al mercato e quindi alla concretizzazione diventa più complesso, perché qui è il privato che deve fare la sua parte.” Per l’internazionalizzazione, a detta di Raffaele Farella, responsabile della promozione esterna della Provincia, la strategia di medio periodo con margini chiari di crescita consiste prevalentemente nel promuovere la presenza di imprese nei mercati emergenti: i noti BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) . “Oggi in Trentino qualsiasi azione di sviluppo è fatta in chiave europea”. Di recente è stato messo a disposizione delle imprese un voucher sia per l’analisi pre competitiva sia per la realizzazione effettiva nel mercato estero.
Per l’ordine dei commercialisti di Trento, rappresentato da Michele Iori, le società partecipate sono coerenti con le strategie del rilancio economico della Provincia. Nel confronto con il piano nazionale, secondo Iori, il Trentino va inquadrato in un ragionamento di sistema a parte, con una logica diversa determinata dal gettito fiscale endogeno. Inoltre le società strumentali, a suo avviso, permettono rapidità di intervento, ad esempio per l’occupazione. Le organizzazioni sindacali per Franco Ischia (Cgil) sono in accordo con il sistema delle partecipate, perché si sono dimostrate uno strumento di sviluppo, anche sul versante della tutela dei lavoratori, laddove comprendono anche le richieste delle parti sociali. “Le imprese dagli anni ’90 a oggi sono cambiate con una composizione iniziale di 80% di operai e 20% di impiegati. Oggi l’occupazione degli impiegati ha continuato a crescere, mentre quella degli operai è più contenuta. Un segno della capacità che avuto l’industria di rinnovarsi, rispetto alla quale gli incentivi da parte della Provincia sono stati importanti".

MERITOCRAZIA + REGOLE = ITALIA POST-INDUSTRIALE

La formula di Abravanel e D’Agnese per rifondare un Paese di "analfabeti"
MERITOCRAZIA + REGOLE = ITALIA POST-INDUSTRIALE



“L’Italia non ha effettuato il passaggio ad una società post-industriale. Conseguentemente la nostra economia è indietro di quasi cinquant’anni” è un lamento a due voci quello che si leva nell’incontro di presentazione del libro “Regole. Perchè tutti gli italiani devono sviluppare quelle giuste e rispettarle per rilanciare il Paese” scritto a quattro mani da Luca D’Agnese - attualmente consulente per l’Enel in Romania – e Roger Abravanel, già autore quattro anni fa di “Meritocrazia: quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro Paese più ricco e più giusto”, di cui “Regole” in pratica è la seconda parte di un unicum.


Nel libro – pubblicato per i tipi di Garzanti – non si traccia solo un quadro (fosco) dell’Italia attuale, il suo pregio è al contrario quello di proporre risposte. E quindi che fare? I due autori – che si sono alternati nella presentazione della loro lecture - non hanno dubbi: “Per effettuare questa transazione e lasciarci finalmente alle spalle la società industriale è necessario far nascere negli italiani i due valori propri delle società post-industriali: la meritocrazia che punti all’eccellenza ed il rispetto delle regole”.
L’incontro - moderato da Francesco Daveri che insegna Politica economica all’Università di Parma – era stato introdotto da Andrea Carandini, archeologo che insegna Archeologia e Storia dell'arte greca e romana all'Università "La Sapienza" di Roma. Ma che “c’azzecca”, direbbe qualcuno, un archeologo con un libro socio-economico. Il particolare connubio è risultato ben riuscito ed è stato motivato, oltre che dalla stima tra i tre studiosi, anche dal fatto che l’ultimo libro di Carandini si intitola “Res publica” e si occupa del “degrado in cui versa l’Italia di oggigiorno” ed anch’esso pone le basi per la rinascita del Bel Paese nella scuola e nella meritocrazia.
Concetti cari anche ad Abravanel (che ha lavorato per oltre 30 anni in McKinsey; dal 2008 svolge l’attività di editorialista per il “Corriere della Sera” ed è autore di numerosi articoli e saggi) e a D’Agnese che hanno continuato spiegando che “il modello sociale italiano è caratterizzato da due elementi negativi che, mescolati, diventano un micidiale mix: la rigidità sociale e la forte diseguaglianza di ricchezza tra gli individui”. Al contrario di quello che è accaduto in America nei tardi Anni Sessanta (ed evidenziato nel saggio di Daniel Bell “The coming of the post-industrial society” molto citato da Abravanel) in cui una forte libertà economica ha dato i suoi frutti, anche perché garantita da regole giuste e rispettate da tutti.
Insomma l’Italia va male, molto male e rischia di andare sempre peggio. “Il nostro sistema industriale è obsoleto, basato troppo sulle piccole industrie e con il settore edile tra i più frammentati d’Europa”. E non solo c’è, per tornare al titolo del libro, un grave problema sulle regole: “Sulle regole e le leggi in Italia si crea un terribile circolo vizioso: spesso le regole sono assurde, quindi si ritiene giusto non rispettarle, e siccome conseguentemente il numero di peccatori è molto alto, ecco che scatta il condono. Non solo, ma la società – ha proseguito D’Agnese – è indifferente alle regole e non investe per farne di migliori”.
Emblematico è il caso, citato in conferenza, delle compagnie assicurative: “Un circolo vizioso che conosciamo tutti: regole sbagliate e truffe fanno salire le tariffe e il risultato sono tre milioni di automobilisti non assicurati, soprattutto in Meridione”.
C’è poi il problema della scolarizzazione e qui Abravanel spara la bomba: “In Italia c’è l’80 per cento di analfabeti. Intendiamoci – dice poi placando la sorpresa – non intendo di persone che non sanno leggere e scrivere, che comunque sono l’impressionante cifra di un milione, ma di gente che non sa comprendere quello che legge di qualsiasi cosa si tratti. Ma la comprensione linguistica è fondamentale nella società post-industriale. Come fanno queste persone a votare? A capire come vivere in una società ormai complessa come la nostra?”.
Un compito certo non facile e che spetta – hanno sottolineato in conclusione i due autori – a tutti gli italiani: “Il problema qui non è il cavaliere, ma il cavallo”.

IL FUTURO DELLE NAZIONI E LA RISORSA CHIAMATA IMMIGRAZIONE

"Alla frontiera" con Giovanni Peri, una lezione di civiltà oltre che di economia
IL FUTURO DELLE NAZIONI E LA RISORSA CHIAMATA IMMIGRAZIONE



L’immigrazione offre ai paesi che ne sono destinazione competenze, abilità, idee e forza lavoro che non si sono generate all’interno dei loro confini. Ciò crea opportunità di crescita anche se alcuni lavoratori subiscono la competizione dei nuovi arrivati e percepiscono solo i costi dell'immigrazione. Giovanni Peri, professore ordinario presso l’Università della California e della Bocconi di Milano, valuta costi e benefici dell'immigrazione. Le sorprese non mancano, soprattutto per l’italia che appare in grado di governare il fenomeno e di aprire le frontiere ai talenti internazionali, risorsa fondamentale per sviluppo e la crescita dei paese.


Le persone sono meno mobili rispetto ai capitali, merci e beni, a causa dei costi che le migrazioni comportano e delle politiche restrittive rispetto al commercio. Le eccezioni arrivano dai paesi ricchi verso i quali si è registrata una notevole migrazioni: in otto anni, dal 2000 al 2008, la percentuale di stranieri nei paesi Ocse è passata dal 6,5 al 9,5%, in particolare Spagna, Grecia e Italia.
Altro dato portato dal professore Giovanni Peri riguarda l’orientamento dell’opinione pubblica, maggiormente contraria all’immigrazione (78% in Uk). “Queste persone - aggiunge Peri - forse non sanno che gli effetti sulle economie riguardano il mercato del lavoro, l’attività produttiva delle imprese, la contribuzione fiscale e il welfare, sui prezzi di beni e servizi, e la crescita scientifica e tecnologica”.
Tra le cause che sul lungo periodo muovono i migranti rientrano ragioni economiche - ad esempio, il differenziale salariale tra paesi di origine e paesi riceventi -, le differenti prospettive economiche (i paese avanzati hanno un tasso di natività negativo), la domanda da parte dei paesi riceventi di servizi manuali (gli immigrati svolgono lavori che noi non accettiamo più di fare).
L’arrivo degli immigrati comporta - è un dato questo che emerge come costante da molte relazioni tenute al Festival - un impatto economico rilevante. In altre parole, gli immigrati portano ricchezza, sia per quanto riguarda i profitti per le imprese e solo in parte incidono sulla riduzione dei salari. I cambiamenti si avvertono nel mercato del lavoro perché gli immigrati spingono i lavoratori nativi a migrare verso nuove professioni e complementari.
“Altro vantaggio - spiega il professore Peri - è individuabile nella fiscalità netta, perché hanno un contribuità più lunga”. Per contro, gli immigrati affollano le scuole, i servizi pubblici (Pronto soccorso) ed occupano spazi prima occupati dai cittadini.
Dai dati raccolti - aggiunge l’economista italo-americano - capiamo anche che contribuiscono ad abbassare i prezzi dei lavori domestici, mentre, grazie alla loro domanda, hanno concorso a rivalutare i prezzi delle case, a beneficio dei proprietari.
I dati più sorprendenti, Peri li presenta parlando dell’Italia, paese in cui la percentuale di immigrati è ancora molto bassa, con un livello di istruzione paragonabile ai nativi. “I benefici - illustra il docente - si sono già evidenziati nel mercato del lavoro, specie per le donne, stimolano gli investimenti e non penalizzano l’occupazione. Il dato negativo è che in Italia mancano però gli immigrati con istruzione molto elevata”.
L’Italia - questo è il suggerimento - dovrebbe governare il flusso migratorio, andando a favorire ad esempio l’entrata di capitale umano legato all’innovazione tecnologica, ovvero fare scouting di talenti internazionali.

DALLA TERRA AL CIELO: LO SVILUPPO VERTICALE DELLA CINA

Francesco Sisci racconta il capitalismo cinese da una prospettiva di prima linea
DALLA TERRA AL CIELO: LO SVILUPPO VERTICALE DELLA CINA



“Un Paese che 30 anni fa poteva vantare solo il primato delle biciclette, oggi è costretto a limitare burocraticamente le immatricolazioni automobilistiche per paura del collasso”. Ha iniziato in questo modo Francesco Sisci, sinologo ed analista sulla Cina de "Il Sole 24 Ore", la sua breve analisi storico-politica di quel mistero affascinante che è il “continente” cinese, dove gli edifici delle città sono passati da uno a 100 piani.


“Che tu possa diventare ricco” recita un comune augurio cinese. Francesco Sisci, da 20 anni residente in Cina, non ha dubbi sul fatto che il valore positivo del guadagnare e dell’avere successo, assieme alla voglia di sopravvivere di un popolo che ha resistito a guerre civili, invasioni, dittature, epurazioni, ideologie e stermini che fanno impallidire persino le cifre delle guerre mondiali, sia uno dei cardini sui quali si basa lo sviluppo inarrestabile dell’economia cinese. Da tre decenni a questa parte, infatti, contrariamente all’opinione di innumerevoli Cassandre, la Cina registra una crescita media del 10 per cento annuo e fino ad oggi è sopravvissuta al crollo dell’Urss ed alla situazione incerta di Usa ed Ue. “Cittadine” di 10 milioni di abitanti, con nomi che la maggior parte di noi non ha mai sentito, sono cosa normale in Cina, e la relazione di Sisci è impressionante anche e soprattutto per le cifre che vengono messe sul tavolo.
Nuvole appaiono all’orizzonte, principalmente perché sono ormai necessarie riforme economiche e politiche che non possono più attendere, sebbene dal 1978 ad oggi di cambiamenti ce ne siano stati parecchi. Limitare il potere delle imprese statali in favore di quelle private e migliorare la democraticità dello Stato sono, in sintesi, le ricette che Sisci intravede per una stabilizzazione del Paese, il quale deve anche recuperare (o forse ricreare) una cultura di fondo così necessaria al partito che ancora oggi è al governo. Sembra infatti, secondo Sisci, che verranno recuperati sia il confucianesimo – vero e proprio “contenitore ideologico” non meglio precisato dal quale attingere – ed il maoismo con la sua enfasi sullo scontro sociale tra classi così caro al partito fino al 2002 con la politica della cosiddetta “società armoniosa”.
Uscito forse troppo presto dal cono d’ombra internazionale che gli ha concesso una certa tregua per modernizzarsi, il Paese sarà costretto ad elevare il valore dello yuan, fino ad oggi artificiosamente sottovalutato. Sarà da vedere quanto ciò si ripercuoterà sui processi di inflazione globali. Se pensiamo però che il Pil cinese supererà probabilmente nel 2013 quello americano, e che il valore di import-export cinese è una buona fetta degli scambi mondiali, non c’è di che stare troppo tranquilli. Altro segnale che può incutere qualche timore è l’aumento delle spese militari che, se solo dovessero seguire gli indicatori economici, farebbero e fanno rabbrividire Russia, USA ed Ue. Sicuramente, se gli altri sono preoccupati, la Cina, come dice Sisci, “ce la farà”, anzi, “è già dentro di noi”.

PICCOLI IMPRENDITORI CRESCONO

La premiazione di "Business Game. Gioca oggi per vincere domani"
PICCOLI IMPRENDITORI CRESCONO



Imprenditori per un giorno, vincitori nella vita. Si è svolta alla tenda aperta di Piazza Duomo la premiazione per i vincitori di Business Game – Gioca Oggi per Vincere Domani, il gioco ideato dal CEii Trentino in collaborazione con il Cetic e sostenuto dall’Assessorato all’industria, artigianato e commercio della Provincia autonoma di Trento e dal Servizio cultura, turismo e politiche giovanili del Comune di Trento.


Il software ricrea fedelmente il funzionamento di un’azienda che si trova a dover competere sul mercato, mettendo gli aspiranti manager nelle condizione di decidere le strategie migliori. Nei giorni di venerdì 3 e sabato 4 giugno, 48 ragazzi fra i 16 e i 28 anni hanno accettato la sfida, scegliendo di gestire per un giorno un asilo nido o un’azienda di web-design virtuali.
Dopo una dura competizione, si sono aggiudicati la vittoria Mirela Candrea, Chiara Collazuol e Mariachiara Dalbon dell’Istituto di Istruzione “Marie Curie” di Pergine Valsugana e Daniele Abram, Riccardo Poletti e Alessandro Ravanelli dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Carlo Antonio Pilati” di Cles.
Tutti e sei hanno vinto un Apple Ipad2 consegnato da Giorgio Fracalossi presidente della Cassa Rurale di Trento, sponsor dell'evento insieme a Informatica Trentina e Flymusic. Alla premiazione erano presenti anche Lucia Maestri, assessore con delega per le materie della cultura, turismo e giovani del Comune di Trento, Roberto de Laurentis, presidente dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese della Provincia di Trento, Aurelio Ravarini, direttore del CETIC, Centro di Ricerca per l’Economia e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione dell’Università Carlo Cattaneo – LUIC e Renata Diazzi, direttore del CEii Trentino. “Non è il gioco a determinare chi vince o chi perde, ma ciò che farete nella vostra vita” ha detto al momento della premiazione Roberto De Laurentis. “Vi auguro che nella vita vi succeda quello che è successo a me: partire dal basso, non alzarsi troppo, non cadere e non doversi mai inginocchiare”.

PICCOLI IMPRENDITORI CRESCONO

La premiazione di "Business Game. Gioca oggi per vincere domani"
PICCOLI IMPRENDITORI CRESCONO



Imprenditori per un giorno, vincitori nella vita. Si è svolta alla tenda aperta di Piazza Duomo la premiazione per i vincitori di Business Game – Gioca Oggi per Vincere Domani, il gioco ideato dal CEii Trentino in collaborazione con il Cetic e sostenuto dall’Assessorato all’industria, artigianato e commercio della Provincia autonoma di Trento e dal Servizio cultura, turismo e politiche giovanili del Comune di Trento.


Il software ricrea fedelmente il funzionamento di un’azienda che si trova a dover competere sul mercato, mettendo gli aspiranti manager nelle condizione di decidere le strategie migliori. Nei giorni di venerdì 3 e sabato 4 giugno, 48 ragazzi fra i 16 e i 28 anni hanno accettato la sfida, scegliendo di gestire per un giorno un asilo nido o un’azienda di web-design virtuali.
Dopo una dura competizione, si sono aggiudicati la vittoria Mirela Candrea, Chiara Collazuol e Mariachiara Dalbon dell’Istituto di Istruzione “Marie Curie” di Pergine Valsugana e Daniele Abram, Riccardo Poletti e Alessandro Ravanelli dell’Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri “Carlo Antonio Pilati” di Cles.
Tutti e sei hanno vinto un Apple Ipad2 consegnato da Giorgio Fracalossi presidente della Cassa Rurale di Trento, sponsor dell'evento insieme a Informatica Trentina e Flymusic. Alla premiazione erano presenti anche Lucia Maestri, assessore con delega per le materie della cultura, turismo e giovani del Comune di Trento, Roberto de Laurentis, presidente dell’Associazione Artigiani e Piccole Imprese della Provincia di Trento, Aurelio Ravarini, direttore del CETIC, Centro di Ricerca per l’Economia e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione dell’Università Carlo Cattaneo – LUIC e Renata Diazzi, direttore del CEii Trentino. “Non è il gioco a determinare chi vince o chi perde, ma ciò che farete nella vostra vita” ha detto al momento della premiazione Roberto De Laurentis. “Vi auguro che nella vita vi succeda quello che è successo a me: partire dal basso, non alzarsi troppo, non cadere e non doversi mai inginocchiare”.

SPECIALE DA TRENTO ZYGMUNT BAUMAN E LA MORALITA' TRASFORMATA IN MERCE

Gran finale del Festival dell'Economia con il noto sociologo della "società liquida"
ZYGMUNT BAUMAN E LA MORALITA' TRASFORMATA IN MERCE



Tutto esaurito per l'ultimo incontro del festival dell'Economia, che ha avuto per protagonista il grande sociologo di origini polacche Zygmunt Bauman, teorico della "società liquida". Introdotto dall'editore Giuseppe Laterza, Bauman ha parlato - con toni a volte profetici - del mercato e del consumismo e di come essi si alimentino oggi della mercificazione della moralità. Siamo indotti a tacitare i nostri sensi di colpa nei confronti degli altri, nei confronti di coloro che amiamo e che trascuriamo per soddisfare gli imperativi della produzione, attraverso il consumo, lo shopping. "Abbiamo sulle nostre spalle - ha detto Bauman - un fardello incredibile, che include i nostri obblighi morali, i nostri naturali impulsi ad occuparci degli altri, e cerchiamo di sgravarcene con i tranquillanti morali offerti dai negozi, dai supermercati". La risposta per Bauman è innanzitutto avere la consapevolezza del fatto che le risorse non sono infinite, che non potremo lenire il dolore di vivere semplicemente continuando ad accrescere la produzione e il consumo. "Ma il momento della verità forse è più vicino di ciò che ci dicono le merci esposte sugli scaffali, gli amici su Facebook, gli esperti di marketing. A meno che non intraprendiamo un cammino umano basato sulla reciproca comprensione."


Laterza, nell'introdurre l'ospite, ha brevemente ripercorso i temi toccati in questa edizione del festival, tutti legati alla questione della libertà e della liberta economica in particolare: la crisi economica, il ruolo dell'Europa, il rapporto stato-mercato, l'immigrazione e così via. "Bauman - ha ricordato - qualche anno fa aveva parlato in questa sede del ruolo dell'Europa, oggi invece ci parlerà di libertà e delle minacce alla libertà. Minacce che ha conosciuto molto bene, avendo partecipato da giovane al cosiddetto "ottobre polacco", che criticava l'ideologia ufficiale sovietica e la sudditanza di Varsavia da Mosca. Nel '68 venne messo all'indice dal Partito comunista per avere solidarizzato con il movimento studentesco e denunciato l'antisemitismo esistente nel suo paese. Essendogli stato impedito l'insegnamento, è emigrato all'estero dove nel corso degli anni ha analizzato il passaggio dalla modernità alla postmodernità. Si è occupato fra l'altro del consumo, delle 'vite di scarto', ovvero dei lavoratori messi da parte dal sistema economico perché superflui, ma anche della voglia di comunità che emerge nelle società postmoderne. Nell'ultimo periodo di è occupato anche di fenomeni molto contemporanei come Il Grande fratello e Facebook, ma anche di un tema centrale per l'identità dell'Europa quale è quello dell'accoglienza. In questa edizione del festival ci siamo concentrati sul tema dei limiti della libertà economica. La libertà di pensiero è una caratteristica fondamentale dell'opera di Zygmunt Bauman. per questo è particolarmente importante averlo con noi oggi".
Bauman a sua volta si è innanzitutto complimentato con chi ha messo a fuoco il tema di questo festival, i confini della libertà economica, un tema che ha definito "fondamentale, perché oggi cominciamo a capire che anziché ampliare ed estendere le nostre opzioni il range di scelte a nostra disposizione si restringe. Ad esempio, nei giornali sono apparse recentemente delle notizie sul picco della produzione mondiale di petrolio, principale fonte di energia odierna, che sarebbe stato già raggiunto, nel 2006. Da allora c'è solo il declino. Abbiamo dei mercati basati sulla competizione, che presuppongono la disponibilità di energia, pensiamo a realtà come India, Cina, Sud Africa, che in passato consumavano una quota di energia molto minore, per esempio perché in essi non era diffuso il traffico privato. L'altra notizia è che entro il 2020 i prezzi degli alimenti raddoppieranno. Ci sono già delle rivolte basate sulla scarsità di cibo, nel mondo, cose che pensavamo appartenessero al passato. Il terzo elemento è l'aumento della disuguaglianza a livello globale, per certi versi incredibile, perché va nella direzione opposta rispetto a quella pensata dai pionieri della libertà e dell'Illuminismo, come Cartesio, Bacon, Hegel. Il paese più ricco, oggi, il Qatar, ha uno standard 428 volte più alto del paese più povero, lo Zimbabwe. Il 20% più ricco dell'umanità controlla il 75% della ricchezza, il 20% più povero il 2%. Fino a 30-40 anni fa il trend era diverso, il divario fra i paesi sembrava destinato a colmarsi. Come mai è successo questo? Ci sono due fattori fondamentali, e sono più culturali e sociali che economici. Il primo è che vogliamo godere di una vita ricca, abbiente, il che ci ha orientati ad assumere come principale indicatore l'acquisto, lo shopping. Pare che tutte le strade che portano alla felicità portino ai negozi. Ciò sottopone il sistema economico, e più in generale il nostro pianeta, ad una pressione enorme. Ciò è disastroso per le nuove generazioni; è evidente che stiamo vivendo al di sopra dei nostri mezzi, sulle spalle dei nostri figli. Poi c'è la questione della risoluzione dei conflitti. Nel corso della modernità abbiamo sviluppato la capacità di risolvere i conflitti sociali, anche quelli legati alla diseguale distribuzione dei beni, aumentando la produzione, il pil. Quando il pil cala non è che viene messa a rischio la sopravvivenza alimentare, ma nonostante ciò si sviluppa il panico, perché la gestione dei conflitti è tutta basata sull'aumento della produzione e del consumo. Conosciamo la metafora della pagnotta: possiamo discutere come distribuirla, oppure produrne anche un'altra. Ma le risorse per produrre tutte le pagnotte che desidereremmo non sono infinite. Ciò pone un grande interrogativo sulla crescita economica. Possiamo trovare delle alternative alla crescita della produzione e dei consumi per trovare soddisfazione, in definitiva per essere felici? Ciò è necessario se non vogliamo distruggere il nostro habitat e generare fenomeni catastrofici come le guerre. I livelli attuali di consumo sono già insostenibili dal punto di vista ambientale ed anche economico, come scritto da Tim Jackson in un libro molto importante uscito due anni fa. L'idea della prosperità al di fuori delle trappole del consumo infinito viene considerata un'idea per pazzi o per rivoluzionari. Jackson dice che ci sono delle alternative: le relazioni, le famiglie, i quartieri, le comunità, il significato della vita. Ci sono enormi risorse di felicità umana che non vengono sfruttate. Anche l'antropologia ci ha mostrato che in certe zone - remote - del pianeta la formula di Adam Smith non funziona: si tratta della formula ben nota per la quale il fatto che noi troviamo il pane in panificio tutte le mattine è un frutto dell'avidità del panettiere. Invece a volte le persone sono spinte a produrre e a condividere ciò che producono da motivi diversi rispetto all'avidità. Le loro attività non consumano molta energia e non producono rifiuti: la ricompensa dei 'produttori' è il rispetto e l'affetto della comunità. Gli stili di vita che stanno dietro a questi comportamenti producono molta felicità e soddisfazione, ma non sono particolarmente favorevoli alla crescita della produzione. La maggior parte delle politiche realizzate nel mondo dai governi va esattamente nella direzione opposta. Queste politiche raramente vanno al di là della prossima scadenza elettorale, raramente guardano a ciò che succederà fra 20 o 30 anni. Assistiamo ad un processo di mercificazione e commercializzazione della moralità. I mercati sono abituati ad orientare i bisogni umani, bisogni che in passato non erano soddisfatti dal mercato. Questo è ciò che io indico con l'espressione 'commercializzazione della moralità'. Il nostro reale bisogno dovrebbe essere prenderci cura dei nostri cari. Credo che tutti noi qui in sala ci sentiamo in colpa perché non riusciamo a trascorrere abbastanza tempo con i nostri cari. 20 anni fa il 60% delle famiglie americane si ritrovava attorno allo stesso tavolo per cenare. 20 anni dopo solo il 20%. Le persone sono più occupate con il loro cellulare, il loro ipad e così via. La nostra vita quotidiana è profondamente cambiata, a causa anche delle tecnologie, che hanno sicuramente prodotto delle cose positive, ma hanno anche creato dei danni collaterali. Se oggi usciamo senza cellulari ci sentiamo nudi. Il confine fra il tempo dedicato al lavoro e quello dedicato alla famiglia è sfumato. Siamo sempre al lavoro, abbiamo l'ufficio sempre in tasca, non abbiamo scuse. Dobbiamo lavorare a tempo pieno. E più si sale nella scala gerarchica meno tempo per sé si ha. Si è sempre in servizio. Ovviamente i mercati e il consumismo non possono riparare questa situazione; possono però aiutarci a mitigare la nostra cattiva coscienza, e lo fanno spingendoci verso l'acquisto, lo shopping, il mercato. Al tempo stesso disimpariamo altre abilità 'primarie'. Ad esempio a riconoscere il dolore, il dolore morale, che è molto importante, perché esso è un sintomo, ci aiuta a riconoscere la fragilità dei legami umani. Improvvisamente abbiamo persone che hanno migliaia di amici in internet; ma in passato dicevamo che gli amici si vedono nel momento del bisogno, e questo non è esattamente il caso degli amici che abbiamo in internet.
Fino a quando il nostro senso morale verrà mercificato, l'economia crescerà perché messa in moto dai bisogni umani e dai desideri che è chiamata a soddisfare, bisogni e desideri apparentemente 'buoni', come dimostrare l'amore per gli altri. I grandi economisti del passato sostenevano che i bisogni sono stabili, e che una volta soddisfatti tali bisogni possiamo fermarci e godere del lavoro fatto. C'era la convinzione che alla fine del percorso avviato con l'inizio della modernizzazione si avrebbe avuto un'economia stabile, in perfetto equilibrio. Successivamente si è presa una strada diversa. Si è inventato il cliente. Si è capito che i beni non hanno solo un valore d'uso, ma anche un valore simbolico, sono degli status symbol. Non si acquistava più un bene perché se ne ha bisogno, ma perché si 'desidera'. L'obiettivo quindi diventava sviluppare sempre nuovi desideri negli esseri umani. Ma anche i desideri ad un certo punto si scontrano con dei limiti. Così, il limite è stato superato mercificando la moralità: non ci sono limiti all'amore, non ci sono limiti all'affetto che vogliamo dimostrare agli altri. Responsabilità incondizionata, condita da incertezze e ansie: questo è il motore del consumismo odierno, questo l'impulso che ci spinge a fare sempre di più, a produrre sempre di più. Ma ciò non è possibile, le risorse sono sempre limitate. Forse il momento della verità è vicino. Ma possiamo fare qualcosa per rallentarlo: intraprendendo un cammino autenticamente umano, un cammino fatto di reciproca comprensione."

Chiude il Festival dell'Economia di Trento con le anticipazioni per il 2012

Chiude il Festival dell'Economia di Trento con le anticipazioni per il 2012
DELLAI: "IL FESTIVAL DIVENTERÀ INTERNAZIONALE"



Decisamente positivo il bilancio anche di questa sesta edizione del Festival dell'Economia di Trento, che si è chiuso con un bagno di folla per Zygmunt Bauman, seguito da centinaia di persone anche dai maxi schermo allestiti in piazza Duomo e piazza Fiera, nonostante un cielo minaccioso, e in fila all'auditorium fin dal primo pomeriggio. Ed è stato proprio dal palco del Santa Chiara che il presidente Lorenzo Dellai ha fornito alcune anticipazioni per il Festival del 2012: "Ci interessa fare reti di collaborazione, proseguire l'impegno che abbiamo preso lo scorso anno con Saviano e che abbiamo onorato il 28 maggio con l'appuntamento a Napoli. Vogliamo portare anche il prossimo anno il Festival non solo a Napoli, ma in un'altra città del Sud, ma vogliamo anche cercare di portare il nostro Festival, che è già internazionale per la presenza di personaggi di rilievo mondiale, in alcune realtà non europee, in paesi emergenti". Tra i nomi annunciati quello del presidente Giorgio Napolitano, che quest'anno ha concesso il suo alto patrocinio, mentre sul fronte organizzativo il Festival allargherà i propri confini temporali, con appuntamenti di raccordo tra un'edizione e l'altra. E a luglio Enrico Bondi sarà a Milano.


Per la chiusura, assieme a Zygmunt Bauman e Giuseppe Laterza, vi erano dunque il presidente Lorenzo Dellai, il direttore scientifico Tito Boeri, l'assessore del comune di Trento Lucia Maestri, il presidente dell'Università di Trento Innocenzo Cipolletta e il preside della facoltà di Economia Paolo Collini.
Il presidente Dellai, nel ringraziare pubblico e organizzatori, ha quindi confermato l'impegno preso lo scorso anno in chiusura, con Roberto Saviano: "Vogliamo continuare in questa nostra attenzione verso i tanti cittadini del Sud Italia, soprattutto giovani che in molte regioni si impegnano per costruire delle prospettive di futuro, di ripresa civile. Abbiamo onorato l'impegno il 28 maggio con un appuntamento a Napoli che ha avuto largo seguito, per il 2012 vogliamo riproporre una data a Napoli e poi in un altra città del sud. Cercheremo poi di fare qualcosa all'estero, con anteprime anche in altri paesi, magari extraeuropei, emergenti e in difficoltà".
Infine Tito Boeri ha annunciato che il Festival è già al lavoro per il prossimo anno e che sono già in programma iniziative di raccordo fra un'edizione e l'altra: "Enrico Bondi ha dovuto annullare l'appuntamento previsto per la prima serata del Festival a causa dell'OPA totalitaria in corso. Visto che si concluderà in luglio, ci ha già dato la sua disponibilità a parlare della sua esperienza a Parmalat il 14 luglio alle 17 a Milano, il festival dell'Economia di Trento sarà dunque a Milano in luglio".